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Champions: cosa restera` della `british invasion`?

Gio 01 Mag, 11:36 AM


Dopo Spagna e Italia, anche l’Inghilterra avra` la ‘propria’ finale di Champions. Il 21 maggio a Mosca Manchester United e Chelsea scenderanno in campo per riportare in terra albionica quella coppa che manca dal 2005, anno in cui il Liverpool ad Istanbul ipnotizzo` il Milan di Ancelotti. Prendere atto di una supremazia britannica sulla massima competizione continentale e` innanzi tutto un fatto doveroso. Se la Premier League non ha avuto una finalista dal 1999 al 2005, da quell’anno in poi e` arrivata sempre all’atto decisivo, sino alla doppietta di questa stagione. Qualcosa vorra` pur dire. Eppure una domanda bisogna porsela. Che insegnamento possono trarre le nostre societa`, i club italiani, da questo dominio inglese? Uno, talmente ovvio da essere spesso dimenticato, e` quello di natura economica. Quello della Premiership e` un calcio che si e` rifatto un’immagine rinascendo dalle ceneri dell’Heysel e di Hillsborough, ha veicolato denaro e infine ha trovato manodopera d’alta qualita` ingaggiando tecnici stranieri. E cosi` e` riuscito a conquistare l’Europa. Se in Italia la classe di allenatori e calciatori e` tutt’altro che scadente, lo stesso evidentemente non si puo` dire di chi dovrebbe dare una svolta moderna alla gestione dei club. Di merchandising, stadi di proprieta` e quant’altro si parla da anni. Eppure i tempi di messa in atto delle operazioni sono paragonabili a quelli biblici.

Ma non di solo marketing vive il ‘football’. La Champions 2007/08 ha infatti regalato belle storie agli affezionati pallonari. Innanzitutto spiegando all’Italia che investire sui giovani restando competitivi ad alti livelli e` possibile. L’importante e` che siano di qualita` e che si contestualizzino in un telaio solido. L’Arsenal che ha stregato il Milan e` forse ancora troppo ingenuo, eppure il Manchester United che si presentera` in finale con un parco d’attaccanti costituito da Cristiano Ronaldo (classe 1985), Wayne Rooney (1985), Carlos Tevez (1984), Nani (1986) e Anderson (1988) tutto pare fuorche` una squadra poco scaltra. L’Inghilterra non e` un paese per vecchi? No. E’ solo che li` i ‘vecchi’ si lasciano aiutare dai giovani. Chiedere a Sir Alex Ferguson, tanto per fare un esempio. Parlando di un manager, viene spontaneo discutere di tattica. Non c’e` dubbio che la componente piu` controversa della ‘british invasion’ stia proprio qui. Il piu` delle volte, infatti, le squadre inglesi hanno proposto un calcio ‘all’italiana’. Sparagnino, dunque. O forse post-moderno. Un tipo di calcio, dunque, che a seconda dell’occasione puo` mutare in difensivista (con picchi catenacciari, tipo Manchester United a Barcellona), offensivista (si prendano gli stessi ‘Red Devils’, ma nella prima meta` di gara a Old Trafford con la Roma, o il Liverpool ad Anfield con l’Inter). Rimasticando a piacimento libri interi di tattica, questo e` vero. Ma facendo anche storcere il naso con attaccanti costretti a retrocedere sulla propria trequarti difensiva, come nel caso di Tevez, vero e proprio ‘mediano avanzato’ dello United. Che insegnamento trarre da tutto questo? Che rinnovarsi e` possibile. E non c’e` piu` il calcio ‘bread-and-butter’, fatto di 4-4-2 e lanci lunghi per le punte (quasi sempre una alta e grezza, l’altra piccola e guizzante).

Rinnovarsi a livello tattico, per il calcio italiano, pare soprattutto una questione riguardante il come attaccare. In sostanza, c’e` tutto un discorso sulle prime punte che prima o poi dovra` essere affrontato anche dalle nostre parti. Delle inglesi, al contrario delle italiane, nessuna gioca piu` con le classiche ‘due punte’, preferendo un centravanti moderno in grado di spaziare su tutto il fronte d’attacco e, sempre e comunque, una selva di centrocampisti in grado di inserirsi e contribuire fattivamente in fase realizzativa. Didier Drogba e` stato il primo, esaltato dalla concezione tattica di ripartenza di Mourinho e capace di innalzare il livello di un incursore come Lampard. Poi e` arrivato Wayne Rooney, che ha trovato il gemello ideale in Cristiano Ronaldo e il terzo tassello in Carlos Tevez. Il tutto per un tridente che non fa altro che creare e ricreare movimento, mai punti di riferimento all’avversario. Infine, Emmanuel Adebayor e Fernando Torres, due sui quali si focalizzano i 4-4-1-1 (o 4-2-3-1, cambia poco o nulla) di Arsenal e Liverpool. Gente che in area si fa valere come i vecchi bomber di una volta (il discorso vale soprattutto per lo spagnolo) ma che si sa muovere anche velocemente e garantire una sana ripartenza attaccando la porta frontalmente. In altre parole, attaccanti moderni, evoluti. Punte che se hanno un attaccante al fianco non patiscono gli spazi angusti ma che, nemmeno, se schierati da punta unica soffrono di solitudine. Il futuro e` questo? Probabile, quasi certo. E forse e` anche il caso di fare i compiti e mettersi in pari, magari dando una sbirciatina al compagno che ha messo la freccia superandoci. In modo da evitare che il derby inglese diventi una costante.

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