Dakar 2008 - Futuro a rischio

Eurosport - sab, 05 gen 14:01:00 2008

La cancellazione della 30a edizione della Dakar rischia di far saltare definitivamente una delle corse più affascinanti e al tempo stesso più chiacchierate

2008 Dakar Polish Team - 0

La cancellazione della 30esima edizione della Dakar ha lasciato un senso di profondo sconcerto in chi da sempre ama questo genere di competizione, e certo non la interpreta come una 'colonizzazione' del continente africano. Semplicemente perché non lo è. La Dakar era nata dal volere e dalle intuizioni geniali un po' pionieristiche e molto romantiche di Thierry Sabine, un francese che all'Africa e soprattutto al deserto aveva legato tutte le sue passioni più grandi. La sua inconfondibile sagoma allampanata con la giacca sahariana bianca aveva dominato la scena dei primi anni della Dakar. E quando il deserto se lo prese, nel 1986, la Dakar, che ancora si chiamava Parigi-Dakar, non si fermò. Sabine precipitò con il suo elicottero e i piloti, dopo avergli dedicato il bivacco della notte e un lungo raccoglimento, sistemarono i mezzi e partirono per finire quello che avevano cominciato.

Oggi c'è il GPS, i mezzi hanno fatto progressi impressionanti: corrono molto di più e ci sono state numerose altre vittime nella corsa. Ma la Dakar non si è mai fermata: cinicamente, dicono alcuni, rispettosamente, dicono altri.

Una corsa che ha sempre scatenato grandi polemiche e molte discussioni ma che insieme al suo passaggio porta aiuti umanitari e soprattutto visibilità a un continente che molto spesso nasconde nelle pieghe dei suoi silenzi i drammi più orrendi.

L'attacco dei terroristi di Al Qaida che il 24 dicembre hanno massacrato una famigliola di turisti francesi in Mauritania e che ora gioiscono con i loro farneticanti messaggi on line sul 'colpo mortale inferto all'Occidente' ha cancellato una delle poche manifestazioni sportive che riuscivano a rendere da sempre l'Africa grande protagonista. E c'è chi sostiene che la Dakar adesso è morta davvero: i paesi che potrebbero ospitare la corsa chiedono cifre iperboliche all'organizzazione e la sensazione di aver ottenuto un grande successo potrebbe adesso scatenare il terrorismo anche nei confronti degli eventi sportivi. Cosa non nuova purtroppo, e ormai anche troppo costante.

La storia che non sarà scritta, una delle più belle, è quella di Silvia Giannetti, la motociclista toscana che per la prima volta quest'anno avrebbe dovuto partecipare alla Dakar, prima italiana nella storia della competizione: "E' un colpo mortale, sono davvero molto delusa. Fino all'ultimo ho sperato che ci facessero passare dal Marocco, che si riuscisse almeno a fare la metà della gara. Non voglio passare per egoista ma con questa decisione vanno in fumo due anni di sacrifici, di allenamenti". E di soldi e investimenti non solo degli sponsor ma dei partecipanti aggiungiamo noi - che per inseguire questo sogno almeno una volta nella vita rinunciano a molto.

Un segnale sconfortante, dice Silvia: "Perché questo è un colpo mortale alla corsa, e non so se e quando qualcuno si prenderà la briga di organizzarla ancora, con il rischio di scatenare gli interessi dei terroristi".

Stefano Benzi / Eurosport