di Enzo Bucchioni
FRUGARE DENTRO la vittoria del mondiale di venticinque anni fa è piacevole come mangiare pane e salame in un trattoria di campagna. Cè tanto da gustare e sempre qualcosa di diverso da assaporare. Se il 1982 è lontano, la memoria è ancora vicina. I ricordi di quei giorni non si sono mai allontanati troppo, è facile rivivere le sensazioni che ci hanno lasciato i gol di Paolo Rossi o lurlo bestiale di Tardelli. E solo più difficile sentire lodore della pipa di Pertini, ma forse è meglio così.
Se quello spagnolo è un «mondiale slow», quello tedesco di un anno fa è un «mondiale fast». Trangugiato in fretta come un hot-dog da McDonalds, ha saziato la fame e lasciato poco addosso. I ricordi sono tanti, ma scorrono veloci, non si fermano su qualcosa o qualcuno: diventa difficile fissare un fotogramma su cui incollare la gioia. E un trionfo più vicino nel tempo, ma quasi più lontano nella memoria. Lippi, molto serenamente, lha chiamato «effetto centrifuga». Un mondiale centrifugato, quello del 2006. Centrifugato come questi nostri tempi così veloci da trasformare i giorni in mesi e i mesi in anni.
DUE VITTORIE con poche cose in comune, forse solo il mese di luglio e limprevedibilità pressoché assoluta. Nessuno aveva scommesso una lira sullItalia di Bearzot e neppure un euro su quella di Lippi. Sembravano due nazionali più piccole e più fragili di tante altre, non solo del Brasile. Eppure hanno saputo tirar fuori la forza enorme che avevano dentro: la forza dei giganti.
Se il carattere le unisce, il gioco allontana inesorabilmente queste due squadre. In Spagna gli azzurri giocavano il calcio italiano più tradizionale, quello furbo o «poco maschio» come diceva Brera. Tanta difesa con gente di qualità. Tanto contropiede esaltato da fuoriclasse come Antognoni o Bruno Conti e da un Tardelli immenso. Tutto per Rossi, tutti per Rossi.
LESATTO CONTRARIO degli azzurri di Germania che invece hanno esaltato il gruppo e il gioco di squadra. Tutto per undici, undici per tutti. Forse anche per questo si fatica a ricordare un assolo o un gesto che non sia la testata di Zidane a Materazzi.
Ma è il segno dei tempi: oggi le grandi imprese si fanno in équipe.
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