di Xavier Jacobelli
L’anno scorso Giacinto Facchetti. Adesso Guido Susini. Il dolore torna a picchiare duro in casa Inter e, anche questo, è un colpo tremendo, un lutto gravissimo per l’intero calcio italiano. Quattro mesi fa gli avevano diagnosticato un melanoma, ma, sebbene la sentenza fosse già scritta, Guido s’è battuto coraggiosamente contro il cancro. Anche in questo è stato esemplare. L’ho conosciuto vent’anni fa, alla conferenza stampa di presentazione del nuovo allenatore del Milan, Arrigo Sacchi. Era il 24 giugno 1987. Susini debuttava come capo ufficio stampa del Milan. Figlio di Giorgio, grande capocronista del Giorno, Guido aveva lavorato nelle radio milanesi prima di passare a Canale 5 e all’ufficio stampa della Fininvest. Fu lì che Adriano Galliani lo pescò quando il Milan divenne berlusconiano. Susini era interista, come Paolo Taveggia, come l’autista e il cuoco di fiducia del Cavaliere che amava ripetere di essere circondato da tifosi nerazzurri. Quattro anni al Milan poi il passaggio all’Inter di Ernesto Pellegrini. Era l’ottobre del ‘91. Responsabile delle relazioni esterne, assistente del direttore generale Piero Boschi, team manager e assistente del presidente Giacinto Facchetti durante la gestione Moratti. Sedere sulla panchina dell’Inter era il sogno che Guido aveva coltivato sin da bambino. Solo lui poteva sapere quanto lo rendesse felice averlo coronato. Occuparsi di relazioni esterne, cioè di rapporti con la stampa (e con la dirigenza del proprio club) nel Milan di Berlusconi, nell’Inter di Pellegrini prima e Moratti poi, è un compito professionalmente e umanamente impegnativo. Guido l’ha assolto con la classe e la preparazione del dirigente sempre all’altezza della situazione. Se c’è un modello in tal senso, degno di essere citato, questo è Susini. Nel nostro calcio dove, in ogni ambito, giornalisti compresi s’intende, pullulano mezze calzette e quacquaraquà, egli ha incarnato una figura professionale e professionistica di riferimento. Riuscendo al tempo stesso ad essere sempre un gran signore. Sarà per questo che ancora non riusciamo a credere che se ne sia andato.
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