In principio fu il Brasile, campione del mondo nel torneo del 1962, in Cile. E potrà risultare strano per molti, ma all’epoca l’espediente rappresentò un’evoluzione in chiave difensiva del calcio carioca. Stiamo parlando del modulo di gioco 4-3-3: il Brasile degli anni ’50 giocava, infatti, un assai più spregiudicato 4-2-4. Poi l’intuizione per favorire maggior copertura alla squadra: aggiungere un centrocampista a scapito di un attaccante e garantire così un migliore equilibrio difensivo. Risultato? Campioni del mondo. Certo con un tridente composto dai mitici Vavà, Didì, Pelè sarebbe stato impossibile non centrare l’obiettivo. In realtà, la storia culturale del modulo con quattro difensori, tre centrocampisti e tre attaccanti può essere presa come spartiacque fra il modo di intendere il calcio nel continente sudamericano, da un lato, e l’Europa dall’altro. Mentre all’ombra del Pan di Zucchero si forzava l’inserimento di un centrocampista in più, nel vecchio continente lo stesso assetto di gioco rappresentava (e per certi versi, nell’immaginario comune, rappresenta tutt’ora) la massima espressione del calcio offensivo. In anni in cui l’Europa dibatteva se fosse meglio giocare il catenaccio all’italiana o la difesa bloccata con quattro marcatori all’inglese (e poi palla lunga e pedalare), in Olanda arrivava il profeta austriaco Ernst Happel che prima nell’ADO Den Haag e poi in maniera molto più convincente e manifesta nel Feyenoord gettava le basi per il gioco totale, con il quale la nazionale ‘orange’ (da lui stesso allenata nel mondiale 1978 in Argentina) avrebbe stupito il mondo. Il principio fondamentale del modulo è sempre stato quello di garantire una capacità di esteso presidio delle zone del campo interessate dalle fasi di gioco, pur mantenendo la squadra corta e serrata. Merito del collante esercitato dal dinamico centrocampo a tre, dove le mezz’ali (ibride fra il ruolo del mediano e quello dell’ala) riescono ora a stringere verso l’interno ora a favorire i raddoppi di marcatura sull’esterno coadiuvando il lavoro dei terzini. Il playmaker centrale detta i tempi della manovra. Le tre punte, invece, allargano il fronte d’attacco, costringendo i terzini avversari a seguirli nella marcatura e creando lo spazio esterno per l’inserimento dei terzini, oppure fornendo le sponde per l’inserimento avanzato dei centrocampisti. Questa la teoria. Poi, nella pratica, ogni tecnico che si è appropriato del modulo ne ha fornito un personale rivisitazione. Ad esempio, Luis Van Gaal con l’Ajax di fine anni ’90 propose un’evoluzione del modulo nel 3-3-1-3. Spostando uno dei due difensori centrali a fare lo schermo davanti alla difesa e stringendo la posizione dei due terzini di fascia, creò un primo rombo per gestire la fase difensiva. A centrocampo mantenne le due mezz’ali, impersonate da giocatori di grande tecnica e dinamismo: ricordiamo i giovanissimi Edgar Davids e Clarence Seedorf. Il playmaker originario avanzava diventando trequartista (Jari Litmanen) alle spalle della punta centrale (Patrick Kluivert). Larghe sui lati del fronte d’attacco le due ali offensive: giocatori rapidissimi, dotati di progressione, dribbling e precisione nel cross, raramente portati all’accentramento; nel ruolo si esaltarono Marc Overmars e il nigeriano George Finidi. Risultato: squadra con un baricentro di gioco costantemente piazzato nella metà campo avversaria, possibilità di far partire l’azione palla a terra dalla retroguardia attraverso geometriche reti triangolari di passaggi, eleusione del pressing avversario attraverso lo scarico della palla sugli esterni, dove le ali andavano spesso a creare superiorità numerica nell’uno contro uno. Mentre in Olanda impazzava l’Ajax-mania, in Italia già da qualche anno il 4-4-2 sacchiano era stato soppiantato, nella suggestione popolare, dal 4-3-3 zemaniano. Il tecnico boemo, prima nel Foggia e successivamente nella Lazio e nella Roma, proponeva una versione purista del modulo con linea difensiva a quattro, terzini portati ad offendere, linea mediana a tre e asse d’attacco con tre punte di ruolo. Nessun rombo, dunque, nessun compromesso sulle posizioni: la linearità allo stato puro, coadiuvata dal pressing a tutto campo e dal fuorigioco suicida giocato con una linea difensiva alta fin alla soglia del cerchio di centrocampo. Giocando con le tre punte pure (ricordiamo Signori, Kolyvanov e Rambaudi del Foggia oppure Signori, Casiraghi, Boksic della Lazio) il trasferimento della sfera piuttosto che privilegiare il gioco sull’esterno ad allargare il campo, si concentrava sulle verticalizzazioni rasoterra dei centrocampisti a servire il taglio degli attaccanti esterni. Maestri nell’interpretare questo tipo di passaggio divennero l’olandese (non a caso) Aaron Winter, titolare della mediana laziale, e l’italiano Gigi Di Biagio, che Zeman ebbe prima al Foggia e poi alla Roma. Modulo entusiasmante, elevata propensione offensiva, ma rischiosissimo per la gestione degli equilibri difensivi. Bastava che le squadre di Zeman sbagliassero un minimo movimento sul fuorigioco e l’attaccante avversario aveva almeno 30 metri di campo libero per involarsi verso la porta. Il 4-3-3 che oggi più si apprezza e che viene riutilizzato anche in chiave italiana è quello ispirato dai tecnici Frank Rijkaard ex del Barcellona e Josè Mourinho ex del Porto e del Chelsea, ora all’Inter. Per entrambi punti di convergenza sono: il mediano difensivo a proteggere la difesa (vedi Marquez, ex difensore, e Makelele), non un vero e proprio playmaker poiché non è incaricato di rilanciare l’azione ma di appoggiare, una volta riconquistata la sfera, ai più tecnicamente dotati compagni di reparto; e le due mezz’ali molto propense alla costruzione e all’inserimento in attacco (Xavi e Deco, da un lato; Lampard e Ballack o Essien dall’altro). Differenze nella concezione del reparto d’attacco. Rijkaard gioca con due fantasisti puri a cui concede libertà di movimento sulla destra e sulla sinistra (Ronaldinho e Messi) e una punta mobilissima che fa del taglio l’arma migliore per colpire le difese avversarie (Eto’o). Mourinho privilegia due ali d’attacco che giocano larghe o in alternativa provano ad accentrarsi per la conclusione (Robben e Wright-Philips) e una punta di peso molto forte tecnicamente (Drogba). Più accorta la versione di Mourinho, in grado di trasformarsi in un 4-5-1 con il ripiegamento a centrocampo delle ali d’attacco. E veniamo alle cose di casa nostra. Sul finale di questo ideale percorso di storia calcistica, ecco giungere il 4-3-3 di Stefano Colantuono. Un modulo dettato quest’anno da tre esigenze più o meno dichiarate apertamente dal tecnico: uno, la predilezione per la linea difensiva a quattro; due, la presenza in squadra di Fabio Liverani; l’idea di giocare con un punta centrale di peso assistita da trequartisti. Se non fosse arrivato dal mercato l’estro ragionatore dell’ex viola, quest’anno probabilmente il tecnico di Anzio avrebbe riproposto il modulo dello scorso finale di stagione, il 4-2-3-1. Con un play dal piede fino come Liverani, invece, il mister ha arretrato il trequartista, trovandogli spazio fra i due mastini di centrocampo e ha messo quasi sulla stessa linea di gioco le tre punte. Ora, però, restano da dirimere alcuni punti che possono dare sfumature diverse al concetto tattico.
A centrocampo si gioca sempre con i due interditori? Contro compagini che possono sfruttare la superiorità numerica nella zona mediana del campo, con centrocampo a 4 o addirittura 5 elementi capaci di allargare il gioco, servono due motorini instancabili (Migliaccio, Nocerino e Guana i papabili) pronti ad accorciare la squadra a destra e a sinistra favorendo i raddoppi di marcatura. In questo caso, il play recuperata palla dovrà giocarla sui tagli delle punte esterne e in fase d’attacco i terzini potranno godere di maggiore copertura per le loro propensioni offensive volte al cross per la prima punte. Viceversa, contro formazioni più chiuse, che concedono campo ma presidiano meglio le fasce, si può attuare un manovra che privilegi le vie interne con le sponde del centravanti per l’inserimento dei centrocampisti, e le triangolazioni fra punte e mezz’ali. Ecco, dunque, tornare utili elementi quali Fabio Simplicio e Maurizio Ciaramitaro, pedine di cui oggi il Palermo potrebbe non volersi più privare. Infine, l’attacco. Fermo restando il centravanti di peso, chi lo affianca? Una punta pura, un’ala, un trequartista? Le soluzioni rosanero per quest’anno sembrano essere improntate all’ibridismo: da un lato potrebbe giocare Miccoli che è attaccante con la ‘A’ maiuscola e dall’altro Jankovic che invece è un trequartista; oppure la coppia potrebbe essere composta da Cavani (sempre che lo voglia) e Lanzafame, senza dimenticare la possibilità di mischiare questi quattro e la possibilità che resti e sia disponibile anche Bresciano. Alla fine, sarà una questione di equilibri. Non essendo né in Spagna, né in Inghilterra, prevarrà l’accortezza tattica tipicamente italiana con buona pace di Zdenek Zeman.
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