Tripla Doppia - Due o tre cose sulla Coppa Italia...

lun, 14 feb 17:05:00 2011

Qualche riflessione dopo la quattro-giorni di Coppa Italia a Torino: la rivincita di Zisis, l'onnipotenza di Lavrinovic, la crescita di Cantù, l'effetto-Trinchieri e quello Peterson e una considerazione sulle altre semifinaliste... riviviamo, in sintesi, quello che ci hanno lasciato le Final Eight

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IL THREEPEAT DI SIENA PASSA DALLA RIVINCITA DI ZISIS - "Una soddisfazione enorme per questo gruppo completamente rinnovato dopo un ciclo irripetibile. Ci siamo dati subito un'identità, e in finale abbiamo giocato una partita matura, con cose belle da parte di tutti". Sebbene pronunciato a caldo e in modo frettoloso, il commento a fine gara di Simone Pianigiani è perfetto. Così come perfetto è stato, ancora una volta, il lavoro del tecnico della Nazionale sulla mentalità di una squadra che ha dovuto ricominciare da capo e che, per la prima volta da tanto tempo a questa parte, si presentava a queste Final Eight con più problemi che certezze. Ma, lodi a Pianigiani a parte, nel successo della Montepaschi è rispuntato un giocatore che, a dispetto delle sue grandi doti, ha vissuto le ultime due stagioni un po' all'ombra di Terrell McIntyre prima e di Bo McCalebb poi. Nikos Zisis. Tradito da Jaric, inguardabile nella prima partita contro Pesaro e poi fermo nelle due successive per problemi muscolari, Pianigiani si è affidato esclusivamente al greco in cabina di regia, e lui ha risposto in modo grandioso, dettando alla perfezione i tempi del gioco, innescando i compagni più caldi nei momenti giusti (ricordate il "bacio" di Lavrinovic per l'assist su quel pick'n'pop nel parziale decisivo all'inizio del quarto periodo contro Cantù?) e prendendosi responsabilità offensive quando la partita lo richiedeva: sua la tripla a 59" dalla fine che ha condannato la Bennet, suo l'assist per Moss che ha portato al canestro della staffa contro Pesaro, giusto per ricordare due delle giocate più significative per i risultati finali. E, non a caso, il momento di difficoltà più grave della Montepaschi si è verificato con Zisis in panchina per il terzo fallo contro Cantù, e Carraretto e Kaukenas a spartirsi i compiti di playmaking: nel senso, bene un grandissimo allenatore, bene avere una squadra profonda, solida, lunga e collaudata, ma bisogna pur sempre avere anche un cervello che, in campo, funge da estensione di quello del coach e fa girare tutti alla perfezione. Non basta uno qualunque con buoni fondamentali per portare la palla da una metacampo all'altra. Dite che è qualcosa di già sentito? Sì. Da Coach Peterson, forse...

Da Zisis a Mazzarino passando per Trinchieri e Peterson - 2 CANTU' E'... CORTA. MA NON POI COSI' LONTANA - Cantù è corta. Forse farà un po’ ridere, ma me ne sono realmente reso conto prima della finale mentre abbozzavo i tabellini. I cinque titolari, poi Markoishvili, Ortner, Tabu e... poi? Mian e i tre ragazzi. E con tutto il rispetto per l’inossidabile "Barba", è lecito dire che a Cantù giocano in 8. E questo aspetto può anche risultare positivo, perché si possono delineare meglio compiti e gerarchie (Caja insegna, ad esempio...) e i giocatori, soggetti a un minor carico di pressione interna, possono scendere in campo con la mente più libera, ma se devi giocare tre partite in tre giorni di impegno crescente, l’ultima delle quali contro i campioni d’Italia, beh, allora potrebbe anche essere un limite. La Bennet ha retto fino a quando ha tenuto il fiato, ma ha pagato l’impossibilità di schierare un quintetto più pesante con Marconato affaticato e Leunen con problemi di falli (vedi il primo quarto, con Markoishvili da 4, esperimento fallito) o di provare a cavalcare l’onda positiva inserendo un esterno di qualità per supplire alla lunga permanenza di Micov in panchina o per far riposare Mazzarino e Markoishvili. Un paio di ritocchi giusti, quelli sì, servirebbero. Ma per il resto, per intensità, mentalità e anche piacere nel giocare insieme e nel passarsi il pallone, il divario rispetto a Siena è minimo. Qualche Arrigoni e Trinchieri in più al basket italiano non farebbero certo male...

Da Zisis a Mazzarino passando per Trinchieri e Peterson - 3 LAVRINOVIC SPIEGA PALLACANESTRO... MA MAZZARINO ANCHE! - Ha tenuto testa a Pesaro praticamente da solo nel secondo quarto, ha scavato il break decisivo contro Montegranaro uscendo dalla panchina a cavallo tra primo e secondo periodo, e ha chiuso con 21 punti, 6 rimbalzi, 25 di valutazione e 3/3 dall’arco in finale contro Cantù. Ksistof Lavrinovic, MVP del torneo. Nonostante i problemi alla schiena che ne hanno limitato il minutaggio, il lituano ha portato a scuola tutti, alternando grandi movimenti in post-basso a micidiali esecuzioni dal perimetro (6/9 da tre punti complessivo). Inutile dire che fa canestro sempre, quando serve. Ma se non avesse vinto Siena, l’MVP sarebbe andato con grandissimo merito a Nicolas Mazzarino: a 35 anni è il miglior realizzatore delle FinalEight con 51 punti e percentuali favolose: 8/12 da due (66.7%) e 11/14 da tre (78.6%), compreso quel secondo quarto da fantascienza contro Avellino da 17 punti e 5/6 dall’arco. E corre, ragazzi. A 35 anni, quanto corre...

Da Zisis a Mazzarino passando per Trinchieri e Peterson - 4 MILANO E L'EFFETTO PETERSON... GIA' SVANITO - Sopra di 15 punti alla metà del secondo quarto contro un’Avellino piccola piccola e priva di Troutman, era difficile immaginare che Milano avrebbe gettato al vento un’altra partita. Ma così è stato, per la terza sconfitta consecutiva, questa forse ancora più brutta, perché rispetto a Treviso e Biella, dove in partita non c’era mai stata, l’AJ ha dominato l’avversario nel primo quarto d’ora. Salvo poi ripiombare nel baratro dei soliti problemi: attacco lento, se non fermo, che tende ad affidarsi più alle esecuzioni personali che al gioco di squadra (bravissimo Greer nello scavare il break praticamente da solo, ma altrettanto negativo nel NON far giocare la squadra nella rimonta di Avellino), difesa porosa, giocatori sfiduciati (Rocca, Jaaber, Mordente...) e senza un ruolo/compito preciso, e mentalità da squadra di media classifica che si affossa alla prima difficoltà. Insomma, dopo un mese di fasti, è tornata l’Armani di Bucchi. E Trinchieri ce l’avevano in casa.

Da Zisis a Mazzarino passando per Trinchieri e Peterson - 5 LE ALTRE: PESARO, AVELLINO E MONTEGRANARO - La Scavolini si merita un 7 pieno, perché, nel complesso, non ha giocato una partita molto diversa da Cantù. Anzi, se non avesse completamente sbroccato con quelle forzature di Diaz nel momento decisivo, avrebbe anche potuto seriamente pensare al colpaccio. Così come un 7 se lo merita anche il baby Traini, l'unico, a parte Mike Green, capace di saltare con facilità la zone-press senese. Il ragazzino corre, ed è molto, molto promettente. Montegranaro si merita un 6, perché dopo il bel quarto di finale contro Bologna, ha approcciato la partita contro Siena nel modo più sbagliato possibile, una via di mezzo tra l'appagato e l'impaurito che l'ha vista affondare subito nel secondo quarto e costretta, poi, a una lunga, ma vana, rincorsa. Un 7 se lo merita Cinciarini, che contro la Montepaschi ha fatto vedere delle bellissime cose, ma un 5 secco va ad Allan Ray, che tradisce quando la squadra ha più bisogno di lui. Avellino si merita invece un 5.5, perché quanto di buono fatto vedere nei quarti contro l’AJ è stato poi terribilmente rovinato da una pessima semifinale nella quale è stato impossibile salvare qualcuno.

Da Zisis a Mazzarino passando per Trinchieri e Peterson - 6 IL PALAISOZAKI E IL "GRANDE" PUBBLICO? - Se non ci siete mai stati, vi invito almeno una volta ad andarci. Il Palaisozaki è bellissimo, una struttura all’avanguardia adattissima per la pallacanestro e non solo. Entrate, e vi accoglie una parete a specchio enorme, attraverso la quale arrivate sul ballatoio che divide il primo anello (interrato) dal secondo (rialzato). Il colpo d’occhio è magnifico: la struttura è immensa, grandiosa, spaziosa, e l’architettura ricorda vagamente quella della nuovissima "Caja Magica" di Madrid. Peccato, però, per quei vuoti sulle tribune. Tantissimi giovedì, tanti venerdì, un po’ meno sabato (meglio la seconda che la prima), accettabile domenica. Forse un po’ troppo caro l’ingresso? Forse una formula delle FinalEight che non agevola le trasferte dei tifosi che arrivano da lontano? E peccato che, per ritrovare la Torino cestistica, bisogna scendere fino alla B Dilettanti...

Daniele Fantini / Eurosport

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