A volte può succedere che anche uno scoglio diventi un ostacolo insormontabile. Anzi, capita spesso, e chi ama il mare lo sa bene, che proprio i più piccoli fra gli scogli diventino i più infidi nemici, perché a differenza di quelli più grandi, dove è più facile studiare un appiglio sicuro e sono diverse le opportunità per affrontarli in maniera vincente, questi riducono sensibilmente i punti d’appoggio disponibili e insieme abbassano la soglia di attenzione di chi li vuole valicare, illudendo tutti che basti un semplice balzo. Così, senza che uno se ne accorga, in men che non si dica scivola (o come diciamo dalle nostre parti con un’enfasi più didascalica, allippa) e si ritrova con il posteriore per terra. Ieri sera, per l’appunto, il Palermo è allippato su uno scoglietto piccolo piccolo, ma di quelli assai levigati, dove incappare nella scivolata è cosa quasi scontata. E sì che la squadra rosanero era partita bella baldanzosa, dando l’impressione che bastasse un salto per annullare l’ostacolo. Ma come spesso accade nel compiere i salti, alla piena cognizione e al totale controllo di quello che si fa con la parte avanzata del nostro corpo, non corrisponde una gestione altrettanto oculata delle reazioni della parte posteriore. E’ il dilemma che da secoli attanaglia gli atleti del salto in lungo, tanto per restare in tema di Olimpiadi. Il corpo viene lanciato come un proiettile per superare le resistenza fisiche dell’attrito e della forza di gravità; l’atleta giunge al punto d’impatto con la sabbia della pista lieto in volto per l’esito dello sforzo; ma poi ecco succedere l’irreparabile: quei maledetti talloni che toccano terra, già un decremento del risultato atteso, sbilanciano la figura perfettamente rannicchiata per centrare il risultato e riportano il nostro eroe indietro di un numero fatale di centimetri. Allo stesso modo, il primo e ultimo Palermo di Coppa ha subito (ben oltre i suoi reali demeriti, è giusto rimarcarlo) una dura penalizzazione a causa della goffaggine del pacchetto arretrato, oggi come oggi il suo primo vero tallone d’Achille (tanto per confermare la metafore anatomica). Ravenna pungente per tre volte nell’arco della gara e in due di queste l’ha messa dentro. Due, tre occasioni concesse all’avversario nell’arco di una partita non sono un enormità (non si consideri il fatto che i ravennati siano una compagine di C, perché in questa fase della stagione, con le forze non ancora al 100%, anche i Portogruaro di turno finiscono col recitare la parte del Real Madrid). Enormemente sbagliato è il fatto che proprio in due di quelle occasioni la difesa sbandi pericolosamente, mettendo praticamente gli avversari a tu per tu con il gol. Nulla di sorprendente, attenzione. S’era tutti consapevoli che un reparto nuovo di zecca, con meccanismi da oliare, intese da affinare, modulo da metabolizzare e condizione da trovare, non potesse fornire, allo stato attuale della stagione, solide garanzie. La cosa desta qualche perplessità in più perché ormai è finito il periodo degli esperimenti e già sabato gli avversari dei nostri difensori non si chiameranno più Succi e Aloe (a proposito, Sabatini prenda nota per il mercato: costo basso, qualità abbondante; specie per l’attaccante, 16 reti in B lo scorso anno), ma Quagliarella, Di Natale e compagnia bella. Certo, Colantuono preferisce di gran lunga affrontare opposti di un certo livello, piuttosto che semisconosciuti parvenue, ai quali è più facile concedere lo spazio per farti rimediare una brutta figura. Se la pensa così, un motivo ci sarà. Finora le amichevoli precampionato gli avevano dato ragione, in tal senso. La sconfitta ufficiale di ieri sera ha fornito la conferma al suo ragionamento. Eppure, dopo le uscite contro il Larissa e il Wolfsburg, non si pensava di dover assistere a topiche molto simili a quelle di Portogruaro. La difesa era apparsa in crescita, come lo stesso tecnico e i giocatori avevano affermato. E anche se in Germania le occasioni per gli avversari c’erano state, i difensori rosanero avevano dimostrato di tenere la situazione sempre sotto ravvicinato controllo. Ieri, invece, due lampi offensivi del Ravenna (il primo, una verticalizzazione di Sciaccaluga sulla destra, dove Aloe eludeva il controllo dei rosa e piazzava al centro per il liberissimo Succi; il secondo, nato da un break degli uomini di Atzori sul tentativo di impostazione del Palermo, metteva lo stesso Succi in condizione di scagliare un micidiale diagonale sempre da destra) hanno colto la nostra linea arretrata impreparata a tamponare la falla. Sarà stata tutta colpa del primo impatto emotivo con il Barbera e con la gara ufficiale? O piuttosto avrà influito il fatto che l’ultimo test probante era stato proprio quello con il Wolfsburg, ben undici giorni fa? Potrebbe essere un caso, ma entrambe le situazioni hanno colpito il fronte mancino della nostra difesa, evidenziando le pecche della prestazione, in fase di copertura, di Federico Balzaretti. L’ex juventino e viola ha faticato da matti nel tentativo (fallito) di tenere a bada il sopra nominato Aloe. Una prestazione deficitaria, se confrontata a quella difensivamente più pulita dell’altro terzino rosanero Raggi. Se quelle di Balzaretti non dovessero essere semplici e fisiologiche ambasce di inizio stagione, la questione dell’esterno sinistro si riaprirebbe, riportando in auge la candidatura di Capuano o l’alchimia tattica per portare Bovo sull’esterno e offrire la chance da centrale a Dellafiore (positivo ieri il suo ingresso in campo). Palermo dai due volti. A fare da contraltare ai tremori difensivi, una manovra offensiva apparsa per lunghi tratti briosa, ricca di qualità e capace di sfogliare una gradevole varietà di soluzioni. Su tutti, vanno citate le prestazioni di Fabio Liverani e Fabrizio Miccoli. Il primo ha confermato, qualora ce ne fosse stato bisogno, la supremazia della sua regia in mezzo al campo. Chiavi del gioco in mano, anzi sui piedi, anzi sul piede (visto che usa preferibilmente il sinistro) e palloni scodellati per i compagni su tutti i punti del fronte d’attacco. Con un giocatore del genere in campo (che rispetto al passato Corini è molto meno metronomo arretrato e molto più rifinitore a ridosso della trequarti avversaria), basta mantenere un costante movimento degli avanti così da offrirgli, di volta in volta, almeno due o tre alternative per piazzare la palla. Movimento avanzato che ieri sera è stato pienamente incarnato dal genio di Fabrizio Miccoli. Presenza, coraggio, tenacia e solita classe hanno reso la sua prestazione la magistrale recita di un vero attore protagonista. Alla fine gli è mancato solo il gol, che pure avrebbe ampiamente e doppiamente meritato. E’ senza ombra di dubbio il Romario del Salento il giocatore sul quale Colantuono dovrà imperniare il suo gioco d’attacco, facendo in modo che i compagni di reparto si muovano con lui e intorno a lui al solo scopo di esaltarne massimamente le doti, sia di rifinitore che di realizzatore. Da questo punto di vista, la partita ha rivelato un interprete che sembra aver già compreso come fare da spalla al talento salentino. Il brasiliano De Melo, forte dei suoi piedi carioca, si è subito trovato a proprio agio nel duettare col compagno ‘tascabile’: i fraseggi e le sponde fra di loro erano così precisi e ravvicinati da far pensare che entrambi avessero avuto dei trascorsi da giocatori di biliardo, specializzati nella ‘carambola’. Il rammarico è che da tanto ben di Dio creato in avanti, si sia riusciti a ricavare un solo misero gol (giunto peraltro nell’azione d’attacco maggiormente macchiata dall’errore altrui, che impreziosita dalla bravura dei rosa). Ed ecco, allora, l’altra nota dolente della serata: la poca cattiveria sotto porta. Di sicuro la splendida partita del portiere ravennate Rossi (apparso subito per nulla ‘Generoso’) ha influito sull’esito finale. Il resto, però, l’ha fatto lo stato di boccioli ancora acerbi dei vari Lanzafame, De Melo e Cavani (pensate che il gol segnato grazie alla spizzata del centravanti brasiliano, lo avrà illuminato sul fatto che lui non è una prima punta?). Non è un caso se, a fine gara, nella testa di molti tifosi che sfollavano gli spalti echeggiava già il nome di Igor Budan. E forse sul taccuino del ds Walter Sabatini si materializzava con sorpreso interesse il nome di Davide Succi, che così dichiarava a fine gara: "A Palermo verrei di corsa: è una grande società, con tifosi calorosi e con un grande presidente". Insomma, la sua doppietta è stata pura pubblicità occulta.
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Commenti 1 - 1 di 1
Il Palermo, nonostante i proclami è una squadra tra l'8 e il 10 posto in campionato, mi dispiace.
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