Il campo non è neppure un campo. E’ un cortile in erba appiccicato alla canonica, sotto il campanile della chiesa di San Giorgio che da novecento anni scandisce le ore della vita tranquilla di Agrate Conturbia, 550 abitanti al confine tra il Piemonte e la Lombardia. Sono venti metri per venti di spazio, due porte da calcetto e, dietro ad una di esse, hanno piazzato lo scivolo sul quale i bambini si arrampicano salendo rigorosamente dalla discesa perchè a farlo dalla scaletta non ci sarebbe gusto. Il fatto curioso è che per inaugurare questo impiantino della nostra adolescenza hanno chiamato il presidente della Uefa, Michel Platini, nemmeno fosse Wembley. Non bisogna stupirsi. C’è chi può e chi non può. Io può, avrebbe detto la buonanima di Angelo Massimino, il presidente del Catania ai tempi in cui Michel arrivò alla Juventus.
Sì, ad Agrate Conturbia possono. Perchè Platini nasce in Lorena ma le sue radici sono in questa frazione a una trentina di chilometri da Novara, dove oggi che è tornato il sereno alzi lo sguardo e vedi le Alpi che sembra di toccarle. «Mio nonno partì da queste case per la Francia - racconta un Platini quasi vacanziero noostante indossi la giacca ufficiale della Uefa -. E i miei genitori parlavano il piemontese anche se io non l’ho mai imparato e quando venivo qui in vacanza, da bambino, faticavo a farmi capire con il francese». Mica vero. «Ad agosto, in quegli anni, c’erano più francesi che italiani - ricorda un vecchio compagno di giochi, Cesare Tosi -. Erano figli e nipoti degli emigrati che rientravano tutti per le ferie».
I Platini ci venivano con una Peugeot 405 verde. Altri tempi. «Vivevo in una fattoria - racconta Michel - ed era un mondo insolito per me che abitavo tra le ciminiere. Per un mese all’anno mi piacevano il profumo dell’erba tagliata e vivere vicino alle bestie, portando il fieno in paese con l’asino, anche se la salita era dura». Per lui è un giorno rilassato. Ha mangiato la pasta al pomodoro da sua cugina Stefanina, l’ultima parente diretta, che fa la volontaria della Cisl a Novara. Si è stiracchiato sulle seggiole in cortile. Poi, al campetto, ha ascoltato con aria divertita i discorsi quasi imbarazzati di gente che non fa l’oratore di mestiere fino all’invito a tirare due calci, ma proprio due, con bambini che non lo mitizzano perchè non l’hanno mai visto giocare. «Non sono qui per nostalgia ma perchè quando vuoi andare in qualche posto devi sapere da dove vieni - ha spiegato Platini - e mio padre mi diceva che se avessi fatto un’altra scelta avrei potuto giocare per l’Italia e vincere il Mondiale. Un campo di parrocchia è come una piccola società di calcio, in un posto si cura un po’ più il pallone nell’altro l’anima però in entrambi c’è lo sforzo del volontariato per far crescere bene i ragazzi».
E’ uno dei suoi temi di presidente che vorrebbe frenare la corsa dissennata verso l’affarismo senza etica nè tradizione. «Mi ha molto sorpreso - ha proseguito - l’ultima uscita di Berlusconi che vorrebbe far giocare un campionato solo tra grandi club, escludendo le piccole città: non è il discorso di un primo ministro che dovrebbe guardare all’interesse di tutti i cittadini. Ha parlato soltanto da presidente del Milan,l adesso lo deve lasciare, no?». E le difficoltà che lo sponsor metterebbe al trasferimento di Ronaldinho a Milano non sono un altro segno dei tempi? «Credo che Ronaldinho andrà dove vorrà. Nessuno sponsor può mettere abbastanza soldi da condizionare un calciatore che sa di guadagnare comunque». A chi gli chiede se Del Piero è da Nazionale risponde «sono cavoli vostri, io ormai non parteggio nè entro nelle scelte di nessuno. Guardo in tv il Nancy come il St.Etienne perchè sono il mio passato, seguo la Fiorentina di Prandelli o l’Irlanda del Trap ma a 52 anni non posso più essere un tifoso. Neppure della Juve benchè sia stata importantissima. Se ci fossi arrivato a 17 anni come Del Piero ne sarei stato una bandiera come lui, invece ci ho passato solo 5 anni che però sono bastati a vincere tutto quello che si poteva e per questo nel mondo mi vedono come un simbolo juventino quasi più che della Francia». «Della Juve - aggiunge - mi ha impressionato la capacità di gestire il ritorno dalla serie B che sembrava un dramma e invece è già dimenticato grazie ai nuovi risultati: i dirigenti hanno valutato bene chi poteva andare via e chi doveva restare, hanno evitato di distruggere ciò che c’era nonostante sia sempre più facile distruggere che costruire. Sono stati bravi».
(La Stampa)
Per maggiori informazioni vai sul sito di Calciomercato.com




