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Rottura tra Moratti e Mancini Mourinho a Milano con Branca

mar, 27 mag 22:40:03 2008

Milano, 27 maggio 2008  - Jose' Mourinho e' a Milano. Il tecnico portoghese, scelto da Moratti per la panchina dell'Inter del dopo Mancini, e' arrivato in Italia in serata, accompagnato dal direttore dell'area tecnica nerazzurra Marco Branca. Per ufficializzare il suo ingaggio, l'Inter aspetta prima di risolvere definitivamente la questione Mancini, che ha ancora quattro anni di contratto. Per il portoghese si parla di accordo triennale da 9 milioni a stagione.     LA VICENDA di Giulio Mola ORA CHE MORATTI ha deciso di abbattere l’Inter (per poi ricostruirla) a colpi di piccone, ora che sono bastati dai 16 ai 24 minuti (fra silenzi imbarazzanti e mezze frasi a testa china) per demolire il lavoro di quattro anni (dei quali gli ultimi tre vincenti, sul campo e fuori), ora che il patron ha aperto la cassaforte di via Durini (che è di sua proprietà) consegnando all’ex pupillo Mancini circa 30 milioni di euro netti senza che tutto ciò possa impedire al tecnico di Jesi di tornare già domani su un’altra panchina, ora che anche il ricordo della festa scudetto-centenario è offuscata da un evento più atteso che previsto (ciò che ha stupito è stata la forma, non la sostanza), bene, ora che con grande e inspiegabile silenzio è successo tutto questo e molto altro che non ci è dato sapere, ci si chiede se sarebbe stato possibile evitare questo clamoroso ribaltone. Partendo proprio dalla ricostruzione delle prime "scosse" che hanno fatto traballare la posizione di un allenatore diventato scomodo e ingombrante.     PASSO INDIETRO, poco meno di 80 giorni fa. E quello scivolone mediatico fatale di un tecnico che già si sentiva messo in discussione, e non certo per colpa dei risultati. «Credo che a fine stagione non sarò più io l’allenatore di questa squadra», disse il Mancio nella sala stampa di San Siro pochi minuti dopo la cocente eliminazione in Champions League ad opera del Liverpool. Aveva perfettamente ragione l’ex golden boy del calcio nostrano, poichè era venuto a conoscenza di quanto si tramava alle sue spalle.   Moratti, infatti, aveva contattato Mourinho a più riprese, a cominciare da quel colloquio in novembre in un noto hotel di Londra, senza preoccuparsi di non essere intercettato (il faccia a faccia si è ripetuto poco più di un mese fa a Parigi lontano da occhi indiscreti). E l’11 marzo il Mancio non ce la fece ad ingoiare il rospo, ufficializzando l’addio a giugno che considerava cosa certa. E non solo per scelta propria. Una sciocchezza, di cui si è pentito magari dopo pochi minuti, quando Moratti minacciò di licenziarlo in tronco se non avesse ritrattato. Una sciocchezza, come quella di quattordici anni prima quando in un impeto di rabbia all’aeroporto di Malpensa gridò in faccia all’allora ct dell’Italia Arrigo Sacchi di non volerne più sapere della maglia azzurra: erano le 2 del mattino del 24 marzo 1994, la nazionale rientrava da Stoccarda dove aveva disputato (e perduto) un’amichevole premondiale con la Germania e Mancini, finalmente in campo da titolare vista l’assenza di Roberto Baggio, era stato sostituito dopo un tempo da Zola invocato a furor di popolo dal numeroso pubblico partenopeo presente sugli spalti.   Mancini si pentì di quel gesto, anche perché fino all’ultimo un certo Carletto Ancelotti (sì, proprio lui, l’ex braccio destro dell’uomo di Fusignano) aveva cercato di farlo desistere. Invano. E quando il campione della Sampdoria ripensò a quello che aveva detto e fatto in modo frettoloso, era troppo tardi. Un po’ come è successo ora.   MA AL DI LÀ dei corsi e ricorsi storici anche i muri di via Durini e di Appiano Gentile sanno bene che quel "matrimonio per forza" fra il Mancio e Moratti (meglio, fra il Mancio e la famiglia Inter) non poteva durare a lungo. Perché navigare del mare delle polemiche non è facile neppure per un capitano di provata esperienza come il tecnico marchigiano. Il quale, in meno di un lustro trascorso a Milano, ha dovuto vedere, ascoltare e accettare cose, situazioni e personaggi di cui avrebbe fatto volentieri a meno.   Scatenando comunque intorno a sè una mostruosa antipatia e mortali invidie (scarsissimo il feeling con l’uomo-mercato Branca), ma restando indifeso di fronte ai tradimenti - o supposti tali - delle persone di cui cercava di fidarsi. I complimenti troppo espliciti a Mourinho a margine della festa del Centenario, le telefonate a Wenger e Benitez fra l’autunno e l’inverno 2005-2006, quel pranzo con vista lago a Lugano fra Moratti e Capello nell’aprile di due anni fa pochi giorni prima che scoppiasse la bufera calciopoli non sono mai piaciuti.   Come non ha mai gradito, il Mancio, la protezione di un medico (il dottor Combi) vissuto come un nemico, l’offerta di un rinnovo contrattuale a Figo con cui ha rotto ormai da tempo, l’invito della società al "ribelle" e inaffidabile Adriano a rientrare alla base dopo sei mesi di vacanza-lavoro in Brasile, e il mancato acquisto un anno fa di tre giocatori espressamente indicati (Pato, Hamsyk e Yaya Tourè). A tutto ciò si devono aggiungere, negli anni, i litigi e le incomprensioni con i vari Fontana, Ze’ Maria, Samuel, Toldo, Materazzi, Pizarro, Recoba, Crespo, Cruz, Ibrahimovic, Sono tutte le tessere dello stesso mosaico, e alla fine compongono la faccia di Moratti.   Deluso quanto imbarazzato. Resta, semmai, il rimpianto di essersi lasciati in malomodo dopo essersi corteggiati, rincorsi e (calcisticamente) amati. Forse il matrimonio sarebbe potuto durare. Ma non così a lungo. Forse, anche per questo, è stato meglio lasciarsi subito. Mancini va via arrabbiato, ma ricco e vincente. Tocca a Mourinho non farlo rimpiangere.

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