Olympic Stadium, ora di pranzo del SuperSaturday olimpico. Sono seduto in curva, stavolta il mio biglietto è da leccarsi i baffi, a pochi metri dalla pista, a una ventina dalle saltatrici con l'asta. Al mio fianco un bambino.
Gli scappa la pipì. Si lamenta da un po', ma il padre è irremovibile:
"Adesso la tieni, almeno fino a quando non corre Bolt". Si contocerà ancora per una mezz'oretta, poi nello stadio irrompe Usain, il bimbo si dimentica della pipì per un po' e dopo la passeggiata di salute del giamaicano può correre anche lui in bagno.
Controindicazioni da Bolt-mania: e dire che Usain si limita a passare il turno senza strafare, e si concede anche meno del solito al pubblico. Prima dello sparo, comunque, cala un silenzio quasi totale e anch'io mi trovo a trattenere il fiato: gli altri favoriti (Gay, Blake, Powell, Gatlin ) vincono le loro batterie, mentre Ryan Bailey piazza un tempone. Sarà una grande finale.
La mia prima sessione di atletica è un susseguirsi di eventi: applaudo Pistorius (Blade Runner va in semifinale), cerco di scattare una foto alle siepiste quando passano sotto, ammiro la Isinbayeva che passa le misure minime in scioltezza, vengo travolto dalla gioia britannica per l'eptatleta Jessica Ennis. E poi c'è da mettere il k-way, perché inizia a piovere e la mia parte della tribuna è scoperta. E da togliere il k-way e la felpa, perché qui si passa dalla tormenta all'estate nel giro di due minuti. Il tutto tenendo d'occhio il bambino a lato. Sperando che si trattenga fino a Bolt.



