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    Cosa resterà del Barça di Guardiola?

    Il peso storico del Barcellona di Pep Guardiola lo potremo ponderare soltanto con il tempo. Quando il ricordo di queste ultime settimane difficili e le discussioni stucchevoli sul valore di quel possesso palla incessante saranno cessate una volta per tutte. Quando resterà soltanto il solco segnato da una squadra che in quattro anni è riuscita a cambiare in modo deciso il corso del calcio. Ottenendo risultati pazzeschi - 13 competizioni vinte e un'ultima finale ancora da giocare - ma anche titoli che impallidiscono se raffrontate alla qualità delle prestazioni offerte. Pura arte calcistica. Che resterà per sempre negli occhi di chi ha avuto la fortuna di apprezzarla.

    NUMERI DA URLO - Nell'estate del 2008, in pochi ci credevano. Joan Laporta, però, aveva visto bene. Via Frank Rijkaard, incapace di confermarsi ad alti livelli dopo due stagioni magnifiche a cavallo tra il 2004 e il 2006, dentro Guardiola, il 37enne tecnico della "squadra b" del Barcellona e storico regista del "Dream Team" di Johan Cruyff. Lui prende subito di petto la situazione e dà immediatamente una sterzata decisiva: epurati i "cotti" Edmilson, Lilian Thuram, Gianluca Zambrotta, Deco e Ronaldinho, dentro un vecchio prodotto della "Masia" come Gerard Piqué e il 20enne Sergio Busquets, promosso in prima squadra dalla "b". La rivoluzione arriva sino ai giorni nostri con un totale di 13 competizioni vinte sulle 18 a cui in questi quattro anni ha preso parte il Barcellona (ora potrebbe arrivare a 14 su 19 battendo l'Athletic Bilbao nella finale di Coppa del Re). Semplicemente il ciclo più vincente nella storia dei catalani, ancora superiore a quello del maestro Cruyff, fermatosi a quota 11 nel doppio degli anni. Ma, come detto, questi sono "soltanto" trofei. E la conta dei "tituli" è un parametro utile ma non sufficiente per misurare la portata della rivoluzione di Guardiola. Anche per questo Pep è e resterà sempre l'anti-Mourinho.

    QUESTIONE DI SENSAZIONI - La stampa spagnola ricamò molto nell'estate del 2009, quando Samuel Eto'o fu allontanato proprio da Guardiola dopo la miglior stagione in carriera. "Questione di sensazioni", spiegò il tecnico. Che decise di sacrificare il camerunense sull'altare di Lionel Messi, divenuto così la stella indiscussa e indiscutibile del suo Barcellona, anche perché Eto'o si permetteva un po' troppo spesso di attaccare l'ortodossia calcistica proposta da Guardiola. Un problema simile a quello incontrato con Zlatan Ibrahimovic qualche mese dopo. Sensazioni, feeling. Quello che Guardiola ha sempre saputo governare sino agli ultimi mesi, quando ha provato in tutti i modi a stimolare una squadra che rischiava inevitabilmente di perdere motivazioni dopo aver vinto tutto il possibile per due volte in tre anni. Cambi tattici continui, esclusioni sorprendenti per chi sgarra (Piqué su tutti) e immissione costante di forze fresche dalla "cantera". Soluzioni alle volte estreme che si sono rivelate controproducenti per lo stesso Guardiola, troppo legato all'ortodossia per poter sorprendere l'avversario al momento del dunque (esemplare il ritorno di Champions League con il Chelsea) e consapevole che quattro anni erano forse troppi sulla stessa panchina, almeno per chi non si accontenta di vivacchiare portando a casa qualche coppetta qua e là. Sensazioni, ancora una volta. Perché tutto si può dire di Guardiola, ma non che non abbia avuto la capacità di tenere il polso della situazione. Nello spogliatoio - con le epurazioni che gli hanno permesso di dare una spinta tattica storica - e verso l'esterno. Come quando l'anno scorso, alla vigilia della semifinale d'andata di Champions League contro il Real Madrid e a pochi giorni dalla prima vittoria di José Mourinho in finale di Coppa del Re, decise di rispondere a muso duro alle provocazioni dello Special One. "In conferenza stampa è il numero uno, ma domani si gioca sul  campo. E lì diremo la nostra", disse. E così fu. Nonostante i "por que" di Mourinho per l'espulsione del macellaio Pepe. Sensazioni, dunque. Un modo come un altro per dire che Guardiola ha sempre tenuto in mano le redini del gioco. Fino al giorno in cui ha capito che il suo messaggio non sarebbe più stato recepito con la freschezza dei primi tempi. E che, quindi, era giunta l'ora di farsi da parte, andandosene a testa alta. "Por la puerta grande", per dirla alla spagnola.

    GIA' NELLA STORIA DEL CALCIO - Che cosa resterà del Barcellona di Guardiola? La domanda, in fondo, è questa. Dei titoli vinti abbiamo già scritto. Ma anche ora, con l'addio ancora caldo, è lampante che di questo quadriennio storico resterà molto altro. Perché questo Barcellona ha fatto scuola, ponendosi nel solco delle grandi squadre totali del calcio moderno. L'Ajax di Rinus Michels, il Milan di Arrigo Sacchi. E il Barcellona di Guardiola (già, la definizione più comune associa lui alla squadra e non uno dei più grandi di tutti i tempi come Messi, anche qui si vede la mano dell'allenatore). Perché il successo più grande del tecnico blaugrana è stato quello di aver rinnovato il gioco, di aver fatto scuola e di aver portato un vento nuovo al calcio mondiale. Raffinando ulteriormente la cura del possesso palla già propria del Barcellona di Rijkaard e della scuola di Cruyff, aggiungendo alla ricetta di valore provato il pressing e il fuorigioco estremo d'impronta sacchiana. Guardiola ha bagnato l'alta autostima catalana - la consapevolezza di una superiorità palese (chi può vantare talenti del calibro di Xavi, Andrés Iniesta e Lionel Messi?) - in un costante e sopraffino lavoro di cesello. Nel rispetto del prossimo avversario, qualunque esso sia. Qualità importanti, che Guardiola ha imparato nel finale di carriera tra Brescia e Roma, sotto la guida di Carlo Mazzone e Fabio Capello, dopo la scottatura della finale di Coppa dei Campioni del 1994, quella che il "Dream team" doveva vincere a mani basse e invece finì per perdere 4-0 (una ferita che ha segnato anche la differenza essenziale tra lo spavaldo Cruyff e il rispettoso Guardiola). Da questo mix è nato il suo Barcellona. La più straordinaria macchina calcistica che gli appassionati abbiano avuto la fortuna di ammirare nell'ultimo decenni, grazie all'uomo giusto posto sulla panchina giusta (inutile domandarselo, Guardiola non avrebbe mai potuto ottenere questi risultati altrove e il Barcellona non avrebbe mai potuto raggiungere queste vette con un altro allenatore). Questo sì, è un risultato destinato a rimanere per sempre. Ancora più di una coppa in bacheca. E, questo, sarà anche il primo problema che il presidente Sandro Rosell dovrà affrontare all'indomani della separazione. Perché Guardiola è stato per il Barcellona quello che Omero è stato per la letteratura antica. Il vate capace di raccogliere assieme una tradizione orale conferendole una nuova e imperitura conformazione. E, adesso, il Barcellona dovrà dimostrare di essere non solo "più di un club", ma anche "più di un allenatore".

    Di Mattia FONTANA (Twitter: @mattiafontana83)

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