Dodici anni dopo. Una vita fa. Roberto Di Matteo e Pep Guardiola si ritrovano ancora una volta uno di fronte l'altro. Con abiti diversi però. Svestiti quelli da calciatori, l'italiano e lo spagnolo hanno indossato quelli da allenatori. Due percorsi completamente diversi. Predestinato, vincente e inimitabile il catalano; apprendista prima, salvatore vincente poi - con un futuro che si prospetta ricco di soddisfazioni - l'italiano. Ancora una volta uno contro l'altro, sempre al Bridge, sempre con le maglie di Chelsea e Barcellona. Era infatti il 18 aprile del 2000 quando Di Matteo e Guardiola si sfidarono nel quarto finale di Champions League (3-1 per i Blues all'andata, capovolto da un pirotecnico 5-1 blaugrana al Camp Nou): scherzi del destino. O forse no.
Già perché se Guardiola in nemmeno tre anni da allenatore ha vinto tutto, insegnando calcio su tutti i campi in cui il suo Barcellona delle meraviglie ha giocato (e vinto), non si può dimenticare quello che è riuscito a fare Di Matteo in questi ultimi mesi sulla panchina di un Chelsea etichettato da tutti come una squadra finita. Bollita. Ciclo terminato. Roberto ha rianimato i vecchi e spompati senatori, restituendo linfa vitale agli infortunati storici e riuscendo pure a riportare al gol Fernando Torres. Impresa. Altro che tappabuchi. Giovane e vincente. Come Guardiola.
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Napoli eliminato, così come il Benfica; di nuovo in corsa per il quarto posto - e relativa qualificazione alla prossima Champions - e una finale di FA Cup raggiunta con un roboante 5-1 rifilato ai cugini del Tottenham. Inversione di tendenza anche sul volto di Abramovich, finalmente sorridente dopo i mesi passati con la tristezza negli occhi figlia della disastrosa gestione di Villas Boas. Tutto grazie a Roberto Di Matteo. Giovane, 42 anni il prossimo 29 maggio, e vincente. Predestinato come Guardiola? Forse. Ma quella di Pep è una storia a unica, inimitabile. Irraggiungibile. Per chiunque. Anche per il talentuoso Di Matteo, pronto però a guidare la vendetta di un Chelsea ancora ferito. Dai quarti del 2000 passando per la semifinale rovinata da Ovrebo nel 2009, arrivando a questa nuova doppia sfida. Dodici anni di ferite che, al Bridge, bruciano ancora parecchio.
di Alessandro BRUNETTI (Twitter @AleBrunetti6)
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