Il caso di Alexandre Pato ha destato non pochi interrogativi tra gli appassionati di calcio. Come è possibile che un giocatore di quella età continui a infortunarsi così tanto e, soprattutto, come è possibile che un giocatore dichiarato in perfette condizioni dopo un tanto sbandierato consulto finisca per andare nuovamente ai box dopo soli 13 minuti di gioco? Ma oltre a Pato c'è di più. E, volendo, nel tragicomico caso del brasiliano si può vedere un altro lato, molto poco discusso ma altrettanto decisivo, del crollo delle italiane in Europa.
Ci riferiamo ovviamente alla gestione del turnover, delle preparazioni atletiche e della prevenzione degli infortuni. Non serve uno scienziato per capirlo, basta guardare qualche partita non solo entro i nostri confini. E il bilancio è presto fatto. Le squadre straniere corrono di più, sono più fresche nei momenti decisivi della stagione e hanno calciatori che si infortunano meno dei nostri. Prendete per esempio il Milan, la cui stagione è stata tormentata dai problemi muscolari, la "vecchia" Inter ma anche la Roma o persino il Napoli. E scoprirete che, fatta eccezione per la Juventus di Antonio Conte, il numero degli infortunati è altissimo.
Sino ad arrivare a serate come quella di martedì a Barcellona, dove la differenza tra Milan e catalani è stata segnata non soltanto da fattori tecnico-tattici ma anche fisici. I blaugrana correvano il doppio dei rossoneri. Una partita che può rappresentare il vero e proprio emblema dei mali del nostro calcio, che sente mai come ora il passare del tempo sotto tutti i punti di vista. Ora, però, incentriamoci sul fattore fisico. Perché le nostre squadre corrono meno e si infortunano di più?
Prima di tutto perché mediamente le nostre rose sono più anziane. Poi perché le metodologie di allenamento dei nostri staff non sono più all'altezza di quelli europei. In parte per strutture, in parte per gli stereotipi che sono alla base delle preparazioni estive dei nostri allenatori. Quando mai una squadra italiana è arrivata in fondo alla stagione "fresca" e senza abusare del turnover? Mai, verrebbe da dire.
Mai se si fa eccezione dell'ultima squadra vincente, l'Inter di José Mourinho. Che riuscì a colmare limiti tecnici palesi contro avversari come Chelsea e Barcellona in virtù di una condizione fisica esemplare. Bene, quella squadra è stata l'unica nel nostro panorama ad essere stata allenata con metodologie all'avanguardia. Nessuna preparazione estiva pesante, molto lavoro con il pallone e allenamenti utili soprattutto al recupero fra una partita e l'altra quando il calendario si intensifica.
Mourinho, però, è rimasto una mosca bianca. E soltanto ora qualcosa si muove. Vincenzo Montella, che non a caso ha avuto un'esperienza in Inghilterra sul finire della propria carriera, ha importato sin dalla sua prima panchina alla Roma dei sistemi di allenamento all'avanguardia, utilizzando anche un sistema GPS che permette di controllare le prestazioni fisiche del singolo giocatore durante le sedute di tutti i giorni. Altrettanto sta cercando di fare Andrea Stramaccioni all'Inter.
Un fattore non da poco, sul quale ci giocheremo una fetta del nostro futuro. Per tornare grandi in Europa, è fondamentale anche rimettersi in pari dal punto di vista delle preparazioni atletiche. Che devono essere il più possibile personalizzate (in questo i dati forniti dal GPS divengono imprescindibili per calcolare le prestazioni dell'atleta e "settare" il lavoro fisico in base alle sue effettive potenzialità) e legate al lavoro con il pallone. Meno ritiri estivi stancanti e più lavoro sulla costanza, per avere squadre che non hanno picchi di forma e cali programmati ma un rendimento base mediamente alto. Adesso come adesso sembra fantascienza. Eppure, all'estero, è già realtà.
Di Mattia FONTANA (Twitter: @mattiafontana83)
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