
La Juventus non va oltre il pari allo Juventus Stadium contro lo Shakhtar, ma chi ha visto la partita sa che non si tratta di due punti persi ma di uno guadagnato. La Champions League non è il campionato italiano, che è ormai diventato la casa dei bianconeri: gli orizzonti si allargano, e anche le cose che sembrano facili facili diventano però più complesse quando si va in Europa, dove ci sono squadre organizzate e di alto livello. Squadre che giocano insieme da tanto tempo, il cui impianto di gioco è ben rodato. Squadre come lo Shakhtar di quel volpone di Mircea Lucescu.
Se l'allenatore rumeno è alla guida delle "talpe di Donetsk" dal lontano 2004 un motivo ci sarà: lo Shakhtar gioca bene, potendo sfruttare una lista infinita di giocolieri brasiliani. Gli occhi erano puntati su Willian, vero e proprio faro e punto d'appoggio per tutte le azioni offensive degli ospiti: il numero 10, agendo tra le linee, ha fatto impazzire tutti i centrocampisti della Juventus, soprattutto Vidal, che, complice anche un momento non positivo di forma, raramente si posizionava nella maniera corretta per contrastare le avanzate degli ucraini.
Confidenza e tranquillità: due qualità che la Juventus, a differenza degli avversari di ieri sera, deve ancora imparare a guadagnare. Una delle chiavi della partita è stata nell'altezza del baricentro bianconero in fase difensiva: stranamente troppo basso, rispetto agli standard della formazione di Conte e Carrera (e Filippi). Siamo abituati a vedere una pressione asfissiante già nella metà campo della squadra avversaria, che di solito va in difficoltà se messa alle corde quando la palla è tra i piedi dei difensori.
E invece allo Juventus Stadium si è vista una Juve troppo timorosa soprattutto in questa prima fase di attacco del pallone: i difensori, sicuramente nero-arancio anch'essi dotati di una buona capacità di palleggio e di giro-palla si sono limitati a far possesso e di avanzare grazie anche ai puntuali movimenti dei centrocampisti e di una punta, Luiz Adriano, sempre pronta a far sponda e a limitarsi a tocchi che sembravano elementari solamente per un occhio inesperto. Quei tocchi che, ad esempio, non sono riusciti a Matri e Vucinic, i primi bocciati di una Juventus che deve ringraziare lo schema Pirlo-Bonucci se non è uscita dallo scontro con Lucescu con una sconfitta.
Matri e Vucinic, dicevamo: il primo ha sicuramente dimostrato di aver voglia di "spaccare il mondo", ma ha sprecato in maniera abbastanza evidente la chance concessagli da Conte. Tocchi sbagliati, ma soprattutto movimenti che poco centravano con la rabberciata, e a volte impaziente, manovra di squadra; anche il montenegrino ha toppato, complice un evidente calo fisico nella ripresa. Ai due attaccanti si chiedeva un po' di sponda e di mantenere alta la palla, e invece la Juventus era spesso costretta a rinculare e a concedere campo.
Baricentro, si diceva: basso, troppo basso quello della Juventus, altissimo quello dei suoi avversari, che attaccavano addirittura con 8-9 effettivi, tutti al di sopra della linea della palla, costringendo anche gli attaccanti bianconeri a rincorrere, invano il pallone. Il gol degli ucraini, ma anche le azioni che hanno portato al palo esterno e alla traversa di Willian, così come le azioni concluse non benissimo da Mkhitaryan, sono lì a dimostrarlo: la Juventus va aggredita, sfruttando la sua aggressività e i punti deboli che necessariamente lascia a disposizione.
L'Europa non è l'Italia, verissimo, ma le italiane potrebbero fare tesoro di quanto visto nella partita dello Juventus Stadium di martedì. Imbrigliare la Juve si può eccome, batterla forse ancora no. Ma l'impalcatura comincia a scricchiolare. Due punti in due partite di Champions League e ora la situazione si complica: la Juventus dovrà cambiare marcia e anche attitudine. In Europa la paura si paga cara.
di Davide BIGHIANI (twitter @davidebig10)

