Analizzare dal punto di vista tattico un 4-0 è difficile, anzi sostanzialmente impossibile. Perché un risultato del genere matura quando una delle due formazioni è talmente superiore all'altra da rendere superfluo ogni discorso relativo a schemi e moduli. Se poi si parla di Spagna-Italia 4-0, la finale che ha portato le Furie Rosse sul tetto d'Europa per la seconda volta consecutiva, il tutto è reso ancora più difficile dal fatto che non solo gli Azzurri fossero i meno forti in campo, ma anche i più stanchi.
La differenza si è vista da subito. Sono bastati pochi minuti per capire che la Spagna aveva ritrovato lo smalto dei giorni migliori e gran parte del merito era proprio di una Nazionale irriconoscibile rispetto alla sfida giocata soltanto giovedì sera contro la Germania. Se la fase difensiva poteva anche reggere - quanto meno in via ipotetica - quella offensiva era del tutto assente. Mancava la ripartenza, l'energia per portare palla in avanti e sviluppare le verticalizzazioni di Andrea Pirlo. Ma anche la capacità di tenere alta la palla, come del resto è sempre accaduto in questo Europeo a causa delle caratteristiche di Mario Balotelli (non è una prima punta, per quanto a tratti possa giocare in quel ruolo). Mancava tutto ciò che ha fatto a fettine la Germania.
Ma, ancora di più, da subito sono venuti meno gli equilibri. Perché la squadra faticava di più per attaccare e di conseguenza impegnava anche più tempo per ritornare in fase difensiva. Un quadro tattico nel quale la Spagna non poteva che andare a nozze. Esaltando lo stato di forma Andrés Iniesta - per distacco il miglior giocatore dell'Europeo - e al tempo stesso garantendo un buon canovaccio a un Xavi non scintillante. Senza dimenticarsi della vivacità di Cesc Fabregas e David Silva, che insieme al "numero 6" hanno smantellato la retroguardia di Cesare Prandelli.
Proprio qui, però, sta il punto. Prandelli avrebbe potuto porre rimedio? Con il senno di poi viene da dire di sì. Evitando di far scendere in campo chi era in palese debito d'ossigeno come Giorgio Chiellini, il peggiore contro la Germania e l'uomo che con uno svarione ha fatto sì che Fabregas servisse a Silva il pallone dell'1-0 dopo 14'. Il difensore azzurro si è infortunato al 20' e l'ingresso di Federico Balzaretti ha quanto meno tamponato per qualche minuto l'emorragia sulla nostra corsia mancina. Ma il palermitano meritava di essere schierato nell'undici titolare dopo le tre prestazioni contro Irlanda, Inghilterra e Germania. Era uno dei pochi in forma.
Stesso discorso per Antonio Cassano. Il numero dieci azzurro si è bloccato in allenamento venerdì e ha dimostrato di non stare bene sin dalle prime battute in partita. Perché schierarlo quando si sapeva già dalla vigilia che non avrebbe avuto le condizioni atletiche per dare lo spunto in velocità alla nostra ripartenza? Perché non provare dal primo minuto Alessandro Diamanti o Sebastian Giovinco? Certo, il motivo è uno: non si poteva rinunciare a uno dei trascinatori proprio in finale. Vero, verissimo.
Ma, allora, perché Prandelli ha inserito Thiago Motta quando la squadra era sotto 2-0 al 56'? Un cambio utile a poco e nulla anche dal punto di vista tattico, quando sarebbe stato necessario un po' di brio per provare a segnare almeno una rete. Questa non è tattica, è soltanto gestione della squadra. Un aspetto sul quale si può ancora lavorare in prospettiva futura. Anche per questo Prandelli ha detto di aver bisogno di più tempo per costruire la propria squadra. Quel che ha fatto in un mese è straordinario, vedremo se sarà soltanto l'inizio di qualcosa di grande.
Di Mattia FONTANA (Twitter: @mattiafontana83)
