Il caos, completo, a circa 40 giorni dai prossimi Europei di calcio. Tutta colpa di una frase di troppo, magari tradotta male. Poi la smentita, doverosa: ma ormai la miccia è stata accesa. E così Euro 2012 rischia di diventare un caso internazionale, dai risvolti strettamente politici. Altro che Balotelli, Sneijder, Iniesta, Klose o Rooney: in campo rischiano di scendere direttamente Angela Merkel e tutti gli altri leader internazionali.
Facciamo un passo indietro. "Se non ci fossero le condizioni per giocare in Ucraina, ci sarebbe solo un'altra possibilità: pensare di rinviare il torneo a un altro anno". Ecco la frase 'incriminata'. Primo sasso scagliato contro gli Europei. Martin Kallen, responsabile delle operazioni Uefa per Euro2012, disegna questo scenario in un'intervista alla "Sueddeutsche Zeitung" prima della smentita ufficiale della Uefa in tarda serata di lunedì ("Kallen si è espresso solo in modo teorico, non ci sono motivi per dubitare che gli Europei si svolgano regolarmente in Ucraina"). Qualche dubbio, però, resta...
Già, anche perché la situazione in Ucraina è estremamente complicata e ha suscitato l'interesse anche della cancelliera tedesca Angela Merkel. La numero uno della Germania, secondo il "Der Spiegel", starebbe infatti considerando la possibilità di ordinare ai suoi ministri di boicottare le gare della Germania alla luce del caso di Yulia Tymoshenko. Secondo macigno scagliato contro la vetrata di Euro 2012 con una forza dirompente, visto anche il clamore politico internazionale suscitato dal caso dell'ex regina della "rivoluzione arancione". Dalle stelle alle stalle, da primo ministro ucraino a galeotta sbattuta in prigione (per 7 anni) per abuso d'ufficio dal nuovo governo. Un caso internazionale esploso soprattutto dopo la denuncia per maltrattamenti (con tanto di foto) mossa dalla stessa Yulia Tymoshenko. Un bel rebus. Una spina conficcata nel cuore dell'Ucraina che la Germania, ma non solo, difficilmente farà finta di ignorare.
E lo sport in tutto questo cosa può fare? Molto, sempre se ne avrà voglia. Sfogliando i libri di storia troviamo casi illustri in cui la forza mediatica dello sport ha rappresentato un veicolo fondamentale per condannare o semplicemente protestare contro situazioni strettamente politiche accondiscendenti alla cancellazione dei diritti umani. Boicottare. Questa la parola d'ordine a Mosca 1980 e Los Angeles 1984 (americani e sovietici si 'scambiarono il favore' in piena Guerra Fredda), forse i due casi più eclatanti per quanto riguarda le Olimpiadi. A Pechino, quattro anni fa, però s'ignorarono le veementi proteste nate dopo la repressione in Tibet. Peccato. Una tendenza sempre più frequente se consideriamo gli ultimi 20 anni: solo un caso? Forse no, vista l'esponenziale crescita degli interessi economici.
E il calcio? Meno 'impegnato' da questo punto di vista proprio perché forse eccessivamente schiacciato dal Dio denaro. Indimenticabile il caso dei Mondiali del 1978 in un'Argentina insanguinata da un colpo di Stato e capace di calpestare qualsiasi genere di diritto civile. Una vergogna che il calcio decise però di "ignorare" facendo disputare tranquillamente i Mondiali e infangando il ricordo dei 'desaparecidos'.
Oltre 30 anni dopo il calcio si ritrova a fare i conti con una situazione politica simile, evidentemente non così tragica nei modi, ma sempre estremamente grave nella sostanza capace di calpestare per l'ennesima volta i diritti umani. Un enigma politico prima che sportivo.
Dai desaparecidos argentini alla rivoluzione arancione ucraina, il passo può essere veramente breve. Difficile, impossibile (?), immaginare uno slittamento del torneo così come la possibilità di vedere una Germania pronta a portare fino in fondo l'ipotesi boicottaggio. Sarebbe la prima volta per il calcio. Ma chi ci crede veramente? E soprattutto, sarebbe la scelta più giusta...?
di Alessandro BRUNETTI (Twitter @AleBrunetti6)
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