Per chi come me è cresciuto con il mito del calcio italiano che nei ruggenti anni 90 dominava i palcoscenici europei -prima il Milan e poi la Juventus in Coppa dei Campioni (soltanto poi Champions League), piuttosto che il Genoa, il Torino, l'Inter, la Lazio e il Parma in coppa Uefa e persino il Vicenza di Guidolin e del "toro di Sora" Pasquale Luiso nella supervintage Coppa Coppe, i 2000 hanno lasciato di anno in anno un grande vuoto dentro i giovedì sera.
Se in Champions League, con 4 finali nella decade 2000-2010 (una tutta italiana), tutto sommato ce la siamo cavata, il declino del football italiano è stato misurato da quel termometro Europa League (e prima ancora Coppa Uefa), prima snobbata, poi - sulla carta - rincorsa e adesso fedelissimo specchio della situazione italica.
La seconda competizioni europea per club, invenzione decisamente positiva di Platinì per rivitalizzare una Coppa Uefa che aveva raggiunto il fascino del sottoscritto in costume da bagno, con la sua formula a gironi ha sicuramente ridato spinta ad un movimento calcistico continentale che risalendo e portando a galla tante realtà (soprattutto dell'est), ha lasciato a riva tutte le magagne del calcio italiano.
Problemi strumentali, problemi strutturali ma soprattutto problemi economici di un Paese in declino anche nella sua religione più praticata: il pallone. Con la scomparsa degli uomini d'affari (...) come Tanzi, Cragnotti e Cecchi Gori, realtà prima dominanti in Europa come Parma, Lazio o Fiorentina si sono ritrovate a dover gestire la pesante eredità del debito e del ridimensionamento trasformandosi in piccolissime comparse in quei palcoscenici su cui prima erano grandi protagoniste.
Più in generale il calcio italiano avendo perso investitori e avendo dimostrato con i suoi stabilissimi dirigenti pre-caduta del muro di essere assolutamente incapace di attirarne di nuovi, ha pagato il prezzo del suo immobilismo e della sua presunzione proprio sui campi dell'Europa League. Rose inadeguate; giovani lanciati allo sbaraglio con la speranza di affidarsi a chi non è mai considerato, gioca poco e quindi se entra e fa male in Europa è scarso (...);atteggiamenti presuntuosi e snobbisti, hanno portato il calcio italiano a perdere posizioni nel ranking Uefa e quel prestigio che insieme al fattore economico impedisce da 2 anni di assistere a un calciomercato quantomeno decente.
Con l'inizio della nuova stagione di Europa League la speranza che qualcosa potesse cambiare è stata pressoché vana. Se il Napoli - di gran lunga la rosa in Italia più competitiva insieme alla Juventus - ha dimostrato di avere una panchina all'altezza, le seconde linee o presunte tali delle altre hanno messo a nudo ancora una volta una dinastia decaduta da tempo. L'Inter e il suo turnover si sono salvati soltanto al 92' contro il modesto Rubin Kazan (ottavo nella Russian Premier League), l'Udinese ha fatto lo stesso contro i paperoni dell'Anzhi trovando il pari solamente grazie all'ingresso di Di Natale e confermando di fatto quanto sin qui sostenuto tra le righe: le squadre italiane nella seconda competizione europea non possono più permettersi il turnover. Prova finale, se ancora fosse necessaria, è la Lazio di Petkovic. I biancocelesti hanno finalmente trovato un allenatore in grado di capire l'antifona e schierare la formazione migliore (e nonostante ciò soffrire nella ripresa contro un Tottenham ben lungi dall'essere quello della scorsa stagione), onorando se stessi, la competizione e aprendo gli occhi a chi ancora crede alla favola del calcio italiano. Curioso che la secchiata d'acqua sia arrivata proprio dall'ultimo arrivato...
di Simone ETERNO (Twitter @Simon_Forever)


