
Ci si può credere, sperare. Si può pensare davvero che tutte queste tragedie sportive siano semplici fatalità, tristissime sfortune, e sicuramente in molti casi è così. Ma la sensazione che rimane quando avvenimenti tragici (o quasi) come quelli di Muamba e Morosini si susseguono in un breve lasso di tempo è sempre la stessa: una sorta di sincera preoccupazione che si mischia a un agghiacciante sospetto.
Perché nessuno può cancellare il diritto al pensiero critico, nessuno può obbligarci a credere che il sistema calcio sia totalmente pulito. Non è stata nemmeno eseguita l'autopsia eppure i presidenti delle squadre di Serie A e B sentono il bisogno di sottolineare quanto siano controllati i calciatori dal punto di vista medico. Di fronte a parole simili il pensiero critico corre persino contro la volontà ed emerge un'altra sensazione: che abbiano tutti la coda di paglia? Che abbiano paura che una tragedia come quella del povero Morosini possa rompere il loro giocattolo milionario?
Ogni scandalo, ogni tragedia... Tutto è uguale nel calcio, tutto circoscritto minuziosamente. I calciatori scommettono e trattano con la malavita? Quasi certamente no; e se sì, sono pochissimi. Morosini muore sul campo a 25 anni? Non si poteva fare nulla. È il mantra calcistico dettato dal dio denaro: "the show must go on" e chissenefrega. Qualche minuto di silenzio, una decina di partite rinviate di pochi giorni e si riparte come se nulla fosse stato, immacolati.
Vietato, vietatissimo pronunciare la parola doping, tanto più se si allarga il discorso all'uso smodato di integratori, infiltrazioni e via dicendo. Non sarebbe "politically correct", ma fa parte di quel pensiero critico che ha sfiorato le menti di tutti nel sabato calcistico più triste del 2012. Morosini non c'entra nulla, non ha senso fare polemica sulle tragedie, ma se questo sospetto continua a sfiorarci vuol dire che è necessario approfondire il tema, fare chiarezza.
Questi episodi devono rappresentare uno stimolo per abbattere quella coltre di dubbi che da tempo offusca il rapporto tra doping e calcio. Non c'è uno studio che abbia fatto definitivamente chiarezza sui numerosi casi di SLA del recente passato, così come sono rimaste senza risposta le domande sulla clamorosa "allergia all'erba" che nella scorsa stagione colpì Sculli e Balotelli nell'arco di pochi giorni. E sui giornali italiani non si leggono più i nomi dei giocatori sorteggiati per i controlli antidoping di partita in partita, oscurati in nome della privacy.
Il nome di Carlo Petrini ai più giovani non dirà nulla, ma si tratta dell'ex calciatore che più di tutti ha cercato di denunciare la presenza del doping dei nostri campionati (negli anni '70). Otto libri di accuse e mai una querela, mai una smentita diretta. Eppure è finito nell'anonimato, a lottare 64enne contro un glaucoma devastante figlio del sopruso di sostanze dopanti. Un'altra tragedia. (nota: Petrini è morto proprio questa notte, poche ore dopo la pubblicazione di questo post. A lui e alla sua famiglia le condoglianze della redazione di Eurosport).
Se c'è veramente qualcosa di giusto da fare dopo la morte di Morosini è proteggere nel miglior modo possibile la salute dei calciatori. Superare quella coltre di nebbia eretta dal buonismo del denaro dando ascolto a quel pensiero critico che chiede trasparenza, sincerità. Perché nessuno vuole vedere più questi ragazzi stramazzare sul campo e morire tentando invano di rialzarsi per raggiungere quella palla che rotola; una palla che ogni giorno di più ci sembra solo un'illusione diabolica creata da interessi economici fuori controllo.
di Luca Stacul (Twitter @LucaStacul)
PS: Sulla questione agghiacciante dell'auto dei vigili urbani che ha rallentato l'intervento dell'ambulanza a Pescara varrebbe poi la pena di aprire un discorso sociale sul concetto italiano di parcheggio, sulla legalità e soprattutto sulla responsabilità delle forze dell'ordine, ma questo solo è un blog di critica calcistica.
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