ATTIVITÀ DEGLI AMICI

    Roberto Beccantini

    Giornalismo sportivo, che fare?

    Se vi va, parliamo di giornalismo sportivo, a patto di non ridurre l'argomento, così vasto, al tema Calciopoli, così rissoso.  Dunque: c'era una volta il giornalismo sportivo, in Italia. Ecco, primo semaforo: c'era o c'è ancora? Verde moscio: c'è ancora, ma non gode di buona salute. Penso alle tirature, ai contenuti. In assoluto, il giornale italiano più letto rimane «La Gazzetta dello Sport». Ma attenzione: più letto, non più venduto. Negli anni Ottanta era, addirittura, il più venduto. «Quantum mutata ab illa», direbbe il Cavaliere, oggi, della rosea.

    Su come la televisione abbia «stuprato» il mestiere del giornalista «di carta», è inutile soffermarsi. Come sapete, le vendite all'edicola sono calate e, in alcuni casi, addirittura crollate. L'uno-due televisione-web è paragonabile ai cazzotti che, nell'epico combattimento del 1974, a Kinshasa, Muhammad Ali rovesciò addosso a George Foreman. Poi, naturalmente, vengono le nostre responsabilità (nostre, quorum ego).

    Dare voce al potere è più facile che dare potere alla voce, tanto per cominciare. Non solo: dal leccaggio passiamo al linciaggio, e viceversa, con una leggerezza da ballerini. Inoltre: quanti lettori possono fruttare certe interviste sdraiate ai padroni del vapore (cito alla rinfusa: Carraro, Petrucci, Abete)? Perché non dedicare quello spazio alle inchieste? Già, le inchieste. Nell'assenza di editori puri (non nel senso di casti, ma nel senso di editori, punto) si corre il rischio, prima o poi, di finire a pestare i calli a uno degli azionisti che, non essendo puro (vedi sopra), possiede casualmente uno degli oggetti dei quali il cronista si sta occupando o sui quali sta indagando (che so: una squadra di calcio, una scuderia di formula 1, eccetera).

    Altro tasto. Il lettore. In Italia, il calcio è guerra di religione e, di conseguenza, la stampa sportiva funge da chiesa, da setta, da pulpito. Non scopro nulla di nuovo. Ogni tanto, però, repetita iuvant. Il lettore, dicevo. Nel tempo, è stato confuso con il tifoso, proprio per gli eccessi fanatici che il pallone diffonde. Non credo sia stato un buon affare.

    Dal generale al particolare. Troppo gossip. Troppo mercato. Troppe allucinazioni, tipo Van Persie alla Juventus. Il «dramma» è che i tifosi continuano a goderne: al tifoso piace «drogarsi» di mercato, la sentenza Bosman del 15 dicembre 1995 gli ha spalancato una sorta di «sexy-shop» aperto tutti i giorni. I giornali ci sguazzano. Io, il mercato, lo odio da quando, ragazzo, lessi che Amarildo sarebbe passato alla Juventus e invece firmò per il Milan.

    Il lettore legge sopra le righe; il tifoso, sotto le righe. La qualità di scrittura rimane snodo cruciale e selettivo. L'obiettività è una chimera: mi accontento della sincerità. Ciò premesso, fatemi per favore capire che giornale vorreste. Scritto come, e con quali contenuti, quali sezioni, quale impronta. La dittatura del calcio e del calcio-mercato vi eccita così tanto? O forse sono io che chiedo troppo a una stampa comunque d'evasione?

    Il passaggio da giornale popolare a foglio populista risulta, a volte, terribile. Le notizie prima di tutto, certo. E informazione, non deformazione: sicuro. Insomma: che fare?