Scrivere di Toro, dopo una partita così spaccata e, dunque, così facile, può sembrare un azzardo. Però l'argomento è stimolante, come tutti quelli che girano attorno alla società granata, nei confronti della quale non finisco di provare forti emozioni. E poi non è che si possa vivere, sempre e soltanto, di Juventus, Inter e Milan. Premessa numero uno: temo che il Pescara - «questo» Pescara, spolpato di Immobile, Insigne e Verratti - sia il più credibile candidato alla retrocessione. Promessa numero due: l'espulsione di Terlizzi, al 27' del primo tempo, ha fissato confini implacabili, ribaditi e accentuati dal fuorigioco nell'azione del raddoppio.
Del Toro mi piace l'allenatore, Gianpiero Ventura; e di Ventura mi piace lo stile di gioco. Si può essere allenatori d'attacco, e lui lo è, senza sconfinare nello zemanismo più selvaggio. Ricordo il suo Pisa, con Cerci; ricordo, soprattutto, il suo Bari, prima che il cancro delle scommesse lo travolgesse e sfigurasse. A Bari, tra parentesi, Ventura ha tirato su una coppia niente male, Bonucci e Ranocchia: stanno al «mister» come la scoperta di Nesta stava a Zeman.
Zero a zero a Siena, tre a zero al Pescara. Un passo alla volta, senza illudersi. Le squadre di Ventura applicano un 4-4-2 che sconfina, palla al piede, nel 4-2-4 della mia pubertà. Il mio regno per un'ala: purché capace di dribblare, di crossare, di (far) sognare. Alvarez e Rivas a Bari, Stevanovic e Santana al Toro. Capisco, inoltre, perché Ventura volesse Almiron. Gli manca proprio un tipo così, il classico giocatore che disciplina il traffico e, se coglie il pertugio, si butta nell'uno-due o stanga dal limite.
Gillet è un portiere di rendimento, Ogbonna l'ultimo Piave della Maginot, Bianchi un pivot d'attacco che, se ispirato e concentrato, varrebbe classifiche medio-alte. Saranno gli esterni a tracciare il solco, gli esterni di difesa e attacco, dal momento che la benché minima latitanza rischia di isolare il tandem di centrocampo (sabato, Brighi e Gazzi). L'elemento di confine è Alessio Cerci, classe 1987, depositario di un dribbling e di un nomadismo tattico che potrebbero sparigliare le carte contro i diretti concorrenti.
Catechismo alla mano, Ventura spinge affinché l'azione nasca dai piedi dei difensori (do you remember Bonucci?) e si snodi rapida, essenziale lungo le corsie. La qualità media della rosa, non eccelsa, confligge con un un progetto di gioco, questo sì ambizioso. Alla ripresa, dopo la sosta azzurra, il Toro ospiterà l'Inter. Si entrerà subito nel vivo. Il giudizio, per ora, rimane sospeso. Il mercato non ha portato armonia fra Cairo e i tifosi («certi» tifosi, almeno). Tensioni antiche, ruggini pericolosamente parcheggiate. In bilico burrascoso tra passato e futuro, con la ghigliottina della piazza sospesa sul collo del presidente di turno, al Toro continua a sfuggire il presente. Ventura ha cominciato a inseguirlo.
