
Brutti, sporchi, cattivi. Siamo noi: the italians, les italiens, los italianos. Ci piace la zona grigia che circonda le regole, in modo da poterci mimetizzare. Lo scudetto, quello, l'ha vinto il gioco e non i giocatori, la Juventus imbattuta e non il Milan Ibra-dipendente. Non capita spesso. Succede sovente, viceversa, che l'epilogo premi la difesa più solida: detto, fatto.
In generale, il livello tecnico non ha raggiunto picchi memorabili, come documentano le sofferenze internazionali: delle sette squadre in lizza, tra Champions ed Europa League, solo il Milan è arrivato ai quarti. Peggiori in campo, i dirigenti. Quando si cambiano diciannove allenatori, fino ad avvicendare in molti casi i sostituti con i sostituiti, e la giostra coinvolge dieci società su venti, la metà esatta, viene più facile parlare di lotteria che non di gestione.
Al tocco romantico degli "amici" che ci hanno lasciato in una tormenta di emozioni, da Alessandro Del Piero a Filippo Inzaghi, il calcio affianca e celebra l'impresa dell'Udinese, per la seconda volta consecutiva ammessa ai preliminari di Champions League. Quarta un anno fa, terza oggi: in barba a una rosa ristretta, o proprio per questo, la famiglia Pozzo e Francesco Guidolin hanno costruito l'ennesimo castello di credibilità ed efficienza. Eppure, in estate, le partenze di Sanchez, Inler e Zapata sembravano ferite letali. Ci ha pensato, tanto per cambiare, Totò Di Natale, a segno anche a Catania. Artigianato di qualità, ecco il messaggio della bottega friulana. C'era una volta il Verona di Osvaldo Bagnoli, campione d'Italia nel 1985. Roba di un secolo fa, appunto. Allora si poteva. I piazzamenti dell'Udinese, a equilibri sfasciati, valgono quel miracolo.
Aspettando Godot, naturalmente. Traduzione: aspettando la grandine di Scommessopoli e le nuvole degli Europei.
di Roberto BECCANTINI
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