Questa volta vi parlo di Olimpiadi. Le mie. Emozioni e cartoline dai Giochi: così, per gioco.
Monaco 1972. La finale di basket Usa-Urss. Quei tre secondi che non finivano più, da 50-49 pro Usa a 51-50 pro Urss. Il canestro di Alexander Belov. Su tutto, e su tutti, l'invasione di campo di William Jones, il Blatter del basket. Fu lui, in quel gran bordello, a far rigiocare i tre secondi fatali e letali.
Montreal 1976. Il «dieci» a Nadia Comaneci. Sua madre, nel 1990 a Bucarest, mi avrebbe poi raccontato tutto il lavoro e tutta la sofferenza che, nascosti nella Romania di Ceausescu, avevano prodotto quel prodigio di ragazza, e quel popo' di risultato.
Mosca 1980. Era il 2 agosto, mancava un giorno alla chiusura. Telefonata di routine a casa: ecco come seppi della strage alla stazione. Ottantacinque morti. Non c'era, allora, la copertura televisiva che c'è oggi. A volte, immaginare sconvolge di più che vedere.
Los Angeles 1984. Trenta e rotti gradi, umidità da paura. Un'ora di pullman dal centro stampa al Rose Bowl di Pasadena, per il calcio. Salgo sul bus pensando a quello che mi hanno chiesto di fare e non a quello che avrei dovuto fare: coprirmi la pancia con il borsone del pc, visto lo sbalzo di temperatura dovuto all'aria condizionata (e condizionante). Morale: all'arrivo, mi fiondo oltre il metal detector, tallonato da nerboruti volontari, prima allarmati, poi rilassati. Avevano capito che non ero un terrorista: cercavo solo, banalmente ma urgentemente, un cesso.
Seul 1988. Zambia batte Italia quattro a zero. Senza se e senza ma. Da trenta righe a una pagina. Con il calcio olimpico succede sempre così: all'inizio non frega a nessuno; alla fine, però, riesce sempre a farsi largo, non importa come.
Barcellona 1992. Ancora basket, il dream team Usa. Il primo in assoluto. Michael Jordan, Magic Johnson, Larry Bird (con il mal di schiena). Spadellavano anche loro, ogni tanto. Impressionate era quando tiravano giù la saracinesca e si mettevano a difendere: fine della trasmissione. Nella Croazia, giocava Drazen Petrovic. Sarebbe morto, in un incidente d'auto, l'anno dopo. Se capitate a Losanna, non perdetevi il museo olimpico: gli hanno dedicato una sala, un inno al talento e al «memento».
Atlanta 1996. La doppietta 200-400 di Michael Johnson. Nei duecento sbriciolò il record di Pietro Mennea, aveva uno stile tutto suo: volava come un aereo col carrello sempre abbassato.
Atene 2004. Manu Ginobili. Con quel naso un po' così, l'idolo della mia Virtus. Manzoneggiando: «Di quel securo il fulmine tenea dietro al baleno». Guidò l'Argentina all'oro nel basket, davanti all'Italia. Lasciammo Atene sullo stesso volo: me ne accorsi a Malpensa, in attesa dei bagagli. Di solito, ci mettono una vita. Cominciammo a parlare. Arrivarono subito, maledetti.
Torino 2006. La cerimonia d'apertura. Il vecchio Comunale strappato alle rughe e alle ruspe. Soprattutto, la voce di Luciano Pavarotti. L'ultima volta dal vivo.
Pechino 2008. Il quarto posto di Antonio Rossi nella canoa. E quella fierezza che solo gli sconfitti grandi, da non confondere con i grandi sconfitti, sanno offrire al cronista titubante che incespica sulla più banale delle domande: deluso?
di Roberto BECCANTINI
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