Il problema non è il trasferimento di Marco Verratti, classe 1992, dal Pescara al Paris Saint-Germain per 15 milioni di euro. Nel 2007, all'età di 17 anni, Pato venne acquistato dal Milan per 22 milioni di euro, e nessuno si indignò, verbo a me caro. Dal 15 dicembre 1995, giorno della sentenza Bosman, il calcio è saltato per aria. Globalizzazione, mercato open, diritti tv, sceicchi, nababbi russi, procuratori-squali; e sullo sfondo, di là da venire, il Fair play finanziario di Michel Platini.
Il problema non è neppure il sorpasso dei calciatori stranieri sui nativi in ambito domestico. Nell'ultimo campionato, tanto per rendere l'idea, la società più esterofila è stata l'Udinese, da tutti indicata come un modello di gestione e risultati. Dobbiamo uscire dagli steccati del passato, da qualsiasi tipo di «quota», indigena o extra che sia. Viva la concorrenza. Si parla molto di Verratti, e poco di Paul Pogba, francese, 19 anni, ex Manchester United e neo juventino. Se Verratti è il nuovo Pirlo, Pogba potrebbe diventare il nuovo Vieira.
Ripeto: viva la concorrenza. Nella speranza di non perdere i Del Piero e i Totti che sbocciarono prima dell'era Bosman. La società multi-etnica e il liberismo hanno accentuato le tentazioni e, con esse, il rischio di preferire il futile all'utile, l'usato all'usabile, il muscolo al talento. L'esperto ha sempre pesato, e peserà sempre più. Il nostro rapporto con i giovani resta «perverso». Abbiamo fretta, non ci fidiamo. Non è corretto nascondersi dietro l'alibi della liquidità altrui. Sebastian Giovinco era della Juventus e alla Juventus è tornato, dal Parma, per 11 milioni di euro (la metà). Mattia Destro era dell'Inter. Era. Oggi appartiene alla coppia Genoa-Siena e finirà, probabilmente, alla Roma di Zdenek Zeman che, nel frattempo, si è liberata del ventunenne Fabio Borini (al Liverpool per tredici milioni).
Domanda: possibile che fosse proprio impossibile trattenere un talento come Giuseppe Rossi? Dal 2007 gioca nel Villarreal, mica nel Barcellona o nel Real. Lo stesso potrei scrivere di Mario Balotelli, anche se il Manchester City è ricco sfondato, e di Domenico Criscito, esule a San Pietroburgo.
A ogni Mondiale o Europeo, scatta l'allarme giovani. Suona finché la noia non lo disattiva. Siamo vecchi, miopi, golosi di slogan (vivai, stadi di proprietà). Cercansi dirigenti che sappiano di calcio. Ce ne sono pochi, in giro. E non scordiamocelo: il mondo è cambiato. I Mino Raiola non sono più pesciolini, sono pescecani.

