
Era da anni che non si stravinceva così, pareggiando. Sembra una capriola dialettica, un'acrobazia lessicale, un modo come un altro per uscire in bellezza dal primo zero a zero di questi Europei. Invece no. I numeri vanno tradotti - soprattutto nel calcio, così lontano e diverso dal basket - ma non barano: 63% a 37% di possesso palla, 36 tiri a 9. Un bilancio da Barcellona-Chelsea, senza Leo Messi a giustificarlo.
In alto i cuori, dunque. Non credo che gli inglesi si rifugeranno nella lotteria dei rigori: non sarebbe serio (e loro, seri, lo sono). In un incontro di pugilato, i secondi di Hodgson avrebbero lanciato l'asciugamano prima del novantesimo. Ma il calcio è un'altra cosa. Si gioca con i piedi, ci sono i portieri, e addirittura i pali. Dell'Italia di Prandelli ho ammirato l'atteggiamento. Dell'Inghilterra di Hodgson ho deplorato non tanto il catenaccio, quanto l'essersi chiusa a doppia mandata e aver buttato via le chiavi. Il cucchiaio di Pirlo mi ha ricordato lo scavetto di Totti all'Olanda, nella semifinale degli Europei 2000. Finì zero a zero anche ad Amsterdam, ma in tutt'altro modo: noi in dieci già nel primo tempo (espulso Zambrotta), loro tarantolati fino a undici metri da Toldo.
Le soluzioni sono state la difesa, con o senza Chiellini, e il centrocampo, uno dei più guarniti e raffinati in circolazione. Il problema rimane l'attacco. Balotelli e Cassano fanno reparto ma non graffiano. Di Natale va centellinato, Giovinco è stato scavalcato da Diamanti, Borini non mi pare in grado di sparigliare il mazzo. A casa non sono rimasti fenomeni: l'ultimo gol dell'invocatissimo Matri risale al 25 febbraio, Pazzini è scomparso, idem Osvaldo dopo l'infortunio, per tacere di Amauri e Gilardino; Quagliarella non è una prima punta e Giuseppe Rossi si è rotto.
Sono contento per Buffon, decisivo all'inizio e alla fine. Abbiamo vinto una partita su quattro; la Germania, viceversa, quattro su quattro. Eppure, se fossi un tedesco, non dormirei tranquillo proprio perché mi danno favorito. Città del Messico 1970, Madrid 1982, Dortmund 2006: mi fermo qui, per non infierire.
