ATTIVITÀ DEGLI AMICI

    Stefano Benzi

    I club ci avvelenano l’anima: e ottenebrano la gioia

    Ecco quello che intendevo quando qualche giorno fa scrivevo che noi non siamo e non saremo mai un popolo che tifa per la Nazionale: siamo troppo divisi tra campanili e antipatie di club vecchie di anni, e non certo dai tempi di calciopoli. Vi spiego come ho realizzato la cosa.

    Mi sono preso qualche ora di stacco per andare a vedere un concerto che aspetto da 25 anni (Tom Petty, l'ultima volta lo vidi nel 1987 con Bob Dylan) in una città che adoro: Lucca. Un lungo viaggio con la mia macchina, a 120 all'ora con aria condizionata appena sufficiente e musica a tutto volume su scaletta, ovviamente, rigida: Neil Young, Springsteen, Pearl Jam e un gruppo che da qualche anno sta affiancando i Big Country nella, colonna sonora della mia vita, i Biffy Clyro: scozzesi pure loro, di Kilmarnock.

    Tutto è perfetto: il telefonino che mi collega all'ufficio  H24 non suona (a parte la solita Valentina Resta, ansiogena producer che mi chiede di fare una telecronaca mercoledì notte all'una), il ricordo della vittoria sulla Germania è fresco, scrivere il mio post su Prandelli mi ha dato tanta soddisfazione. Poi, a rompere l'idillio, alle note di "Learning to Fly" di Petty si sovrappongono quelle di "Bad to the Bone" di George Thorogood… E' la suoneria del mio cellulare: "Ciao Matteo, che vuoi?"

    Matteo è la voce della mia coscienza: ha qualche anno meno di me, è un giornalista con il quale ho lavorato molti anni fa e che è corrispondente per un'agenzia di stampa straniera in Italia. Ha trovato lavoro perché oltre che essere un ottimo cronista, dotato di grande capacità di analisi e di uno splendido senso dell'ironia, parla un inglese meraviglioso. Da molti anni ormai il suo mestiere, difficile, è quello di spiegare l'Italia ai lettori del mondo. Lo sport, ma anche i grandi fenomeni di costume: non è una cosa facile. Perché siamo un paese pieno di sfaccettature, di eccessi, di contrasti. E suscitiamo molta curiosità.

    Con Matteo spesso usciamo a bere qualcosa per parlare di lavoro: lui è affascinato dal mio perché la tv gli manca molto, ma anche io sono molto incuriosito dal suo. Anche per me spesso è difficile spiegare le cose italiane ai colleghi stranieri che lavorano nelle tante redazioni straniere del nostro network.

    Non ho molti amici, anzi… ne ho giusto tre: e Matteo è l'unico che fa il mio stesso mestiere. E' stato il primo giornalista che assunsi quando ebbi il mio primo incarico di direttore di testata, molti anni fa: probabilmente è perché ha questo debito di riconoscenza nei miei confronti che si sente nel dovere di sciorinarmi consigli. Anche perché io sono completamente diverso da lui: Matteo, da tempo, sostiene che dovrei 'parlarvi' di più.

    "Vedi — mi dice al telefono — la gente non sempre capisce quello che scrivi, non sa quello che scrivevi due anni fa e non puoi pretendere che se lo ricordi. Tu devi mantenere un rapporto con i tuoi lettori, oggi è fondamentale. L'interazione è il vero valore del tuo mestiere…"

    A me lo spiega… lo so da qualche anno: ma fare l'imbonitore mi annoia, non è nelle mie corde.

    Anni fa si andava a leggere le lettere al direttore dei giornali con lo stesso spirito con cui si andava al circolo dei lettori, per discutere dei fatti di politica o di attualità con una persona con la quale avevi il piacere di parlare. Così come la persona che avevi di fronte aveva il piacere di scriverne, e di esporsi.

    Oggi è tutto diverso: c'è confusione, troppo chiasso, le voci si accavallano, troppa generalizzazione di ruolo e anche se uno cerca disperatamente di mantenere un'identità e un punto di vista coerente, lo sputtanamento è talmente generale che ne resta coinvolto. Suo malgrado.

    Una volta compravi un giornale per le firme, un po' come oggi si comprano i libri o si guardano il film sulla base dell'autorevolezza di autori, sceneggiatori e registi: oggi no. Il rumore di fondo copre le voci.

    Il problema sul web è esponenzialmente più grave: un conto è interagire con persone che vogliono parlarti e che hanno un nome, un cognome e la voglia di capire davvero chi stanno leggendo, sempre che non lo sappiano già. Un altro è dovere leggere ogni giorno anonimi che ti augurano amenità che vanno dal tumore al pancreas ai condilomi o che vorrebbero sapere dove vive tua figlia per poterla stuprare. Dunque, da lungo tempo, faccio non quello che mi consiglia Matteo, e dunque mantenere un rapporto con tutti (anche perché non ne ho il tempo e il blog per me è un impegno davvero minimo e relativo in una giornata fitta di molte cose altre da fare) ma quello che mi consigliava molti anni fa il mio vecchio capo: "Scrivi per te, tanto ci sarà sempre qualcuno che ti dirà che scrivi stronzate…"

    Lavoro sul come, sul quanto, sul tanto, ma soprattutto sugli argomenti: non sento il bisogno di confrontarmi ogni giorno su cose che magari dico tutti i giorni, e chi vuol parlarmi sul serio lo fa da sempre: c'è Facebook, c'è Twitter, i miei link sono postati su ogni pagina. E per la verità i messaggi che ricevo sono proprio pochi.

    Matteo, nonostante le mie rimostranze ("ti prego, mi sto godendo un giorno libero, tra poco mi fermo a mangiare a Lerici…") insiste: "Sui commenti del tuo post sta succedendo esattamente quello che dici. E cioè che anche dopo una vittoria della Nazionale la tifoseria si spacca tra juventini e antijuventini, perché gli juventini sostengono che la Nazionale sia cosa loro mentre gli altri contrattaccano. Intervieni — continua — devi dire che è esattamente questa rovina del tifoso italiano. I club ci stanno avvelenando l'anima e ci stanno cancellando qualsiasi obiettività e qualsiasi obiettivo comune…"

    A me lo dici… lo sostengo da un pezzo. Devo averlo scritto anche sulla bio che rifiuto qualsiasi integralismo di tifo. Ma ora l'ho pure scritto, per l'ennesima volta: non con parole mie ma con quelle di Matteo che mi ha tenuto occupato al telefono da Genova Est al tavolo con vista sul Golfo dei Poeti.

    Un giorno, magari, mi tornerà la voglia di leggere i commenti sotto i post che scrivo: ma non ora, preferisco vivere di altre soddisfazioni. Dedicare più tempo a scrivere, annotare, finire il mio libro e un racconto cui sto lavorando da due mesi a al quale mi sono molto appassionato. E se riesco vorrei comprarmi un cavallo e imparare a farlo trottare: ormai mi hanno attaccato anche questa scimmia (vero Riccardo?) e non riesco a fare a meno di pensarci. Se ho imparato ad andare sullo sbowboard a 47 anni, posso imparare anche quello.

    Perderò qualche lettore: e chissenefrega. Come se mi fosse mai importato qualcosa…

    Il concerto è stato grandioso, Lucca è sempre meravigliosa ma ora mi tocca tornare a Milano. Il tempo di schiacciare publish e di attaccare la compilation sulla via del ritorno: avrò bisogno di qualcosa di più nervoso. Alice in Chains, Bush, Foo Fighters. Farò la Spezia-Parma, illudendomi che la Val di Taro sia la Route 66.

    "But I know, we're not in Kansas…"

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