ATTIVITÀ DEGLI AMICI

    Stefano Benzi

    “This is for everyone so let’s make it better”

    Una cerimonia da 9 in pagella per colonna sonora, trovate sceniche e teatrali con l'incipit affidato a Shakespeare e ai cori delle voci bianche e favolistiche di Galles, Scozia e Irlanda del Nord; senza eccessiva magniloquenza, con un giusto tono di autocelebrazione ed estrema autoironia.

    Intanto per cominciare il motto: "This is for everyone", splendida frase pronunciata dall'inventore del world wide web, invenzione che doveva servire alla comunicazione militare e che diventò il patrimonio comune di una rivoluzione mediatica senza precedenti.

    Non so se il signor Tim Berners-Lee quando nel 1989 presentò il suo primo documento ipertestuale navigabile pensava che oggi saremmo diventati quello che siamo sull'onda della sua invenzione. Un villaggio globale di gente universalmente connessa, nel bene e nel male.

    Con il toccante momento conclusivo che vede Mohammmed Alì accarezzare la bandiera olimpica che il Parkinson gli impedisce di portare verso il pennone: sono passati 16 anni da quella mano tremante di Atlanta, ma la sua sagoma suscita emozione e rispetto.

    "This is for everyone". Le Olimpiadi sono davvero un patrimonio dell'umanità che forse ora ha bisogno di tornare gradualmente anche alle radici dell'umanità con meno soldi e più pensiero, meno sponsor e più creatività.

    Sono fiducioso: quel braciere acceso da sette ragazzini semisconosciuti e non da un solo tedoforo sul quale fioccavano scommesse (che nessuno ha azzeccato) ha spiazzato tutti, ed è un segnale.

    E' il segnale che siamo di passaggio e che questo mondo dobbiamo consegnare ai nostri figli e nipoti. Siamo sicuri che quello che stiamo realizzato sia quello di cui hanno bisogno?

    "This is really for everyone"?

    Perfetta la conclusione, non solo perché Paul McCartney è un cantante che riunisce almeno cinque generazioni: ma perché "Hey Jude" è una canzone che tutti ricordano per il suo chorus finale, perfetto per uno stadio. In realtà questa canzone, scritta da McCartney e Lennon per il "White Album" e poi finita in una compilation, ha un significato molto diverso da quello che sembra: sembra scritta per una donna, una donna lasciata, o abbandonata, magari rimpianta. E invece il suo testo è la poesia gonfia di rammarico che John Lennon dedica al figlio Julian quando il cantante si separa dalla sua prima moglie Cynthia: Julian piange sul letto mentre il papà fa le valigie, e si chiede che sarà del suo futuro... e John gli dice "stai sereno, non buttarti giù prendi una canzone brutta e prova a renderla migliore e da lì tutto ti sembrerà un po' meno peggio... portala con te, sotto la tua pelle e quando le cose cominceranno a pesarti tirala fuori e le cose andranno meglio. Tutto quello che devi fare è scrollare le spalle e lasciarti andare..."

    Basta una fiamma calda e accogliente e una bella canzone. Un coro, anche senza parole, da cantare in modo liberatorio sotto la doccia, durante una corsa, mentre guidi la moto, sotto il casco in motorino... o in compagnia di migliaia di persone per dire... "ci siamo".

    Na na na nananana nananana...

    Cari ragazzi non credo vi lasceremo un mondo migliore di quello che ci hanno dato ma forse con il vostro aiuto sarà davvero un mondo per tutti: e sicuramente avrete almeno una canzone per scrollarvi di dosso tensioni e paure che hanno attanagliato la nostra generazione.

    Ecco la mia riflessione di questa mattina presto. Possiamo solo sperare di non commettere gli errori di chi ci ha preceduto e avere un po' di fiducia in chi arriverà, che sia un po' meglio di noi.

    Let's make it better...

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