ATTIVITÀ DEGLI AMICI

    Stefano Benzi

    Il confine tra fatalità e pressapochismo

    Eccolo qui, il mestiere più bello e più invidiato del mondo: eccolo qui di fronte a questa pagina che guardo da un po', da almeno un paio d'ore, con la sensazione di avere ancora qualcosa da dire e che non ho scritto ieri nel pezzo che ho buttato giù a caldo, immediatamente dopo la tragedia di Piermario Morosini.

    C'è qualcosa che si deve aggiungere, oltre al banale senso di attesa per capire cause, responsabilità e dare una percentuale alla fatalità e una all'evitabilità di quanto è accaduto?

    Forse sì: e riguarda chi, come me, ha il privilegio di vedere e raccontare le cose a chi non può vedere di persona, è lontano, e si affida al sentito dire. Nel mio caso poi, quando hai addirittura la possibilità di esprimere un'opinione e di condividerla, il privilegio diventa responsabilità. Sarebbe comodo lasciare la pagina bianca… un po' come quei ristoranti che nella notte di Capodanno chiudono aspettando che i clienti vadano a prendersi la bastonata e il panettone+una bottiglia di spumante ogni quattro persone, in altri locali.
    Ho dato un'occhiata in giro, ho guardato le immagini e visto le foto, ho sentito decine, centinaia di commenti (alcuni dei quali utilissimi e giustificati) e tante parole a vuoto. Per questo dico che a volte sarebbe meglio stare zitti.

    Il non giocare (decisione per una volta tempestiva e assennata da parte della Federcalcio), il non parlare, il non reagire di fronte a chi dice che si sarebbe dovuto scendere in campo lo stesso per rispetto nei confronti del pubblico che fa tanti chilometri per guardare la propria squadra; oppure rispondere a chi pensa che la morte di un calciatore non sia diversa da chi viene investito per strada da un automobilista ubriaco o a quella degli operai della Thyssen di Torino.

    Reagire per dire…: sì, era giusto non giocare e basta. Oppure… no, non ci sono morti più o meno importanti. Ci sono invece morti più o meno mediatiche: e in quest'epoca dei social media e dei network dove le notizie viaggiano spesso più veloce della verità bisognerebbe, ogni tanto, provare a rallentare. A pensare…

    A pensare che ci sono troppe fabbriche non a norma, troppe scuole pericolose, troppi luoghi di lavoro insicuri, troppe norme non rispettate.

    Ci riempiono le orecchie di parole come prevenzione: ma la prevenzione costa un sacco di soldi. Non allo stato ma al contribuente. Non è vero che oggi prevenire è semplice o gratis. Si paga tanto, e paga anche di non dovrebbe pagare una lira perché pelle l'ha già rischiata. Prevenite, controllatevi — ci dicono - fate analisi e check-up ciclicamente e costantemente: ma i costi della prevenzione sono inaccettabili. Donne che temono di avere qualcosa di grave al seno o all'utero si sentono rimbalzare test di importanza vitale di sei mesi in mesi fino alla solita struttura privata, pronta all'uso.

    E' comodo dire "bisogna fare prevenzione" quando poi gli esami del sangue, anche quelli più banali costano un sacco di soldi. 

    Ci si aggrappa a parole come 'primo soccorso': ma la verità è che se ti succede qualcosa devi avere una gran fortuna. Un impianto di sicurezza funzionante e adeguato, oppure la persona giusta, al posto giusto, con la giusta attrezzatura e il necessario know-how.

    Ci si arrampica ogni settimana alle iniziative di finanziamento per la ricerca dove tra sms, telefonate, call center e donazioni ognuno deve fare la propria parte. Per cause giustissime, per carità. Dove l'ognuno siamo noi: e fare la propria parte significa prendersi responsabilità e farsi carico di cose che spettano a istituzioni che sotto questo aspetto sono silenziose, incapaci e vivono di spreco. Ma poi ci tranquillizzano… dall'alto della poltrona che non so chi, ma soprattutto perché, gli ha messo sotto il culo.

    Ecco… questa cosa a me fa veramente incazzare: non riesco a usare giri di parole. Non mi viene: si lavora in fabbriche a rischio, si studia in scuole spesso pericolose, si viaggia su strade con buche micidiali. E si deve correre la nostra vita in un clima di incertezza e paura creato ad arte della quale lo stress è il pane quotidiano, il carburante con il quale ti spingi al limite chiunque tu sia, qualsiasi lavoro tu faccia.

    Il confine tra la tragica fatalità e il miracolo di una vita salvata non è sottile come vogliamo pensare. Ci sono tante, tantissime cose che si possono fare.

    Ci si stupisce che sia morto un ragazzo su un campo di calcio? Il pressapochismo italiano che ci porta a considerare tutto con una certa lontananza, a lasciare l'auto in doppia fila davanti al bar per far colazione, a parcheggiare dove non si deve 'tanto ci metto un attimo', ci fa vivere in una realtà dove ognuno di noi fa o non fa la sua parte. Più è importante la parte, più grande dovrebbe essere la responsabilità.

    Ma qui non funziona così. Ed è questo che mi fa incazzare… Non so se oggi potremmo parlare di tragedia sfiorata se quell'ambulanza fosse arrivata tre minuti prima; ci sono procedure rigidissime per soccorrere una persona in quelle condizioni, e il giocatore non si poteva muovere così, di corsa, senza interventi ben precisi che a quanto pare sono stati effettuati. Ma resta il fatto che abbiamo stadi di quart'ordine dove non si gioca se nevica (perché l'incolumità del pubblico è a rischio): basta che ci siano le poltroncine per vip e politici, i monitor per i giornalisti che possano vedere subito se è rigore o no, e illuminazione sufficiente perché se no le telecamere in HD lavorano male.

    E lo stesso discorso può essere fatto per fabbriche, scuole, luoghi di lavoro; e la ricerca di malattie terribili che viene demandata alla buona volontà della gente.

    Così oggi ho pensato di scrivere questo lungo pezzo, chiamatelo sfogo, nel quale penso che si dovrebbe vivere tutti in un paese di gran lunga più evoluto di quello che riscontriamo ogni giorno un po' ovunque: e che ognuno di noi la sua parte la fa solo relativamente. Qualcuno forse non la fa parte niente.

    Io, che potere ho per cambiare le cose? Nessuno, o forse uno solo, un tasto: publish. Non cambia nulla ma vi fa sapere come la penso.

    Penso che alle tragedie non si possa dare un'etichetta e un peso. Ognuno ha la propria da sopportare, spesso da subire in silenzio. E noi che facciamo questo mestiere dovremmo essere in grado di dare alle tragedie la stessa dignità, lo stesso peso: cosa che accade di rado.

    Dovremmo raccontare ciò che vediamo e viviamo: la morte di Piermario Morosini, come quella di Vigor Bovolenta, ci fa capire che molte cose devono e possono essere fatte se non sulla prevenzione, sul primo soccorso in impianti che costano milioni di euro e generano interessi per decine-centinaia di milioni di euro. E lo si dovrebbe fare lì: come nella palestra che sta nel fondo di un magazzino o di un palazzo.

    Altrimenti continueremo a parlare di sport che si ferma per lutto: ma questo non interromperà altri lutti, altrove, meno mediatici. Ma non meno tragici.

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    Twitter: @stefano_benzi

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