Di fronte alla tanta voglia di chiacchierare di alcuni atleti azzurri (alcuni, non tutti), durante e dopo la fallimentare spedizione di Londra, verrebbe voglia di stare zitti. Ma non potevo certo lasciare che il mio blog concludesse le sue pubblicazioni olimpiche sul nuoto con il pezzo di qualche giorno fa (clicca qui) che si riferiva alle iniziali sconfitte di Michael Phelps.
E' evidente che c'è qualcosa di sociologico, o più propriamente di patologico, nell'abbattere i miti: la cultura americana sotto questo aspetto è da prendere con le molle. Crea miti a volte troppo facilmente, e altrettanto facilmente li distrugge dimenticando quello che hanno fatto, a volte rinnegandoli. I miti che resistono all'incalzare dei media e del pubblico che chiede sempre di più e sempre di meglio, tuttavia, hanno un che di eterno: il modo in cui Phelps si è ripreso dalle iniziali difficoltà che lo avevano visto perdere le finali dei quattro misti individuali e dei 200 farfalla, è stato autorevole. Quanto il suo silenzio di fronte a chi lo punzecchiava in conferenza stampa, alzando il livello dell'attenzione generale sulle sue difficoltà, per metterlo sotto pressione.
Phelps, come al solito, ha respinto ogni pressione al mittente rimandando al dopo Olimpiade qualsiasi bilancio: e lo ha fatto in modo umile, fermo, dignitoso. Così come in modo umile, fermo e dignitoso ha confermato di essere il più forte nuotatore di tutti i tempi.
Ha vinto 21 medaglie olimpiche, 18 delle quali d'oro: ha conquistato tre ori in tre differenti edizioni consecutive dei giochi nella stessa disciplina. Io non so se ora davvero si dedicherà solo alla sua fondazione, o a guadagnare un sacco di soldi tra conferenze, sponsor e ospitate televisive. Ma sono abbastanza certo che non riuscirò mai a vedere un altro nuotatore capace di fare altrettanto.
Phelps diventerà la linea di demarcazione tra normalità e unicità; il termine di paragone tra il database di uno sportivo storico e uno leggendario. E il fatto che lo abbia fatto senza perdere la coscienza di sé e senza mai alzare il tono della voce nella vittoria, come nella sconfitta, lo rende ancora più straordinario.
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