ATTIVITÀ DEGLI AMICI

    Stefano Benzi

    L’ascetico Niccolò Campriani, il cecchino-jedi

    Aveva proprio ragione Niccolò Campriani, toscano di Firenze che ha studiato negli Stati Uniti e che ora vive a Sheffield, in Inghilterra, dove si sta specializzando in un master post universitario di ingegneria dello sport.

    Ora, grazie a lui, gli italiani conoscono davvero qualcosa in più del tiro a segno: e lo dobbiamo alla sua carabina prima d'argento e ora d'oro e a una straordinaria prestazione nella specialità delle tre posizioni, quella che preferisce "semplicemente perché è un po' più varia e imprevedibile", dice lui.

    Conosciamo qualcosa di più di una specialità meravigliosa che tuttavia dovrebbe essere già di grande tradizione in Italia considerando le nostre manifatture e la nostra storia nel settore delle armerie tradizionali. Ma non è così. E certo non per colpa dell'Unione Italiana Tiro a Segno i cui tentativi di divulgare questo sport e le sue discipline sono incessanti da anni.

    Il loro ufficio stampa è infaticabile: e lo so per esperienza, perché una delle persone che ha potuto vivere da vicino le gare di Coppa del Mondo al tiro a segno nazionale di Milano sono stato io, divertendomi come un matto per capire la differenza tra armi e specialità.

    Ora, finalmente, qualcuno di più sa quali sono le tre posizioni della carabina, come si svolge un meccanismo di qualificazione, come si disputa una finale. Pochi invece immaginano quanto sia difficile questa specialità. Pensateci: 120 bersagli da colpire nel giro di circa tre ore in tre sessioni di tiro da quaranta bersagli l'una. Centoventi volte la concentrazione, la respirazione, l'apnea, il clic del cervello che fa scattare con leggerezza il grilletto; quindi il relax, la respirazione, l'ossigeno che riaffluisce a sangue e cervello in attesa di un nuovo bersaglio da colpire. Moltiplicate tutto per 120 volte per centrare un cerchietto di 10.4 millimetri di grandezza posizionato a cinquanta metri di distanza.

    Quindi amplificate il risultato in una finale durissima per pressione e tensione, nel corso della quale puoi vincere e perdere tutto in un niente, così come è successo nella pistola con bersaglio a 50 metri al coreano Choi, che dopo essere stato avanti per tutta la gara, ha mancato il bersaglio più importante: quello dell'ultimo tiro. E ha perso l'oro.

    Campriani invece ha fatto un capolavoro... concentrandosi proprio come vuole la sua specialità un tiro alla volta, un bersaglio dopo l'altro, per 120 volte prima e poi per tutti i tiri della finale nel corso della quale non ha concesso né sbagliato niente.

    I suoi studi all'Università della West Virginia lo hanno portato via dall'Italia dove vorrebbe tornare per completare la sua formazione e lavorare. Lo sport rimane un passatempo e non una professione: "Le Olimpiadi sono una bella vetrina per il nostro sport - dice - e devono essere motivo di ispirazione per i giovani, per quelli che sono i valori olimpici. Spero che da settembre ci siano tanti ragazzini che vogliano almeno provare a entrare in un poligono di tiro".

    Ce lo auguriamo ma non ci contiamo. Magari la colpa è anche nostra perché tutte le volte che l'ufficio stampa della federazione ci chiama per andare a vedere qualche gara o far conoscere qualche atleta c'è altro da fare. Calcio per lo più. Ma oggi conosciamo molto di più il tiro a segno e uno splendido atleta come Campriani, un po' cecchino e un po' asceta, per il quale un bersaglio di 10.4 millimetri posizionato a 50 metri di distanza "è uno sport bellissimo, è un viaggio dentro noi stessi, per scoprire paure, lati oscuri e punti di forza di ognuno di noi".

    Parla come un guerriero jedi Niccolò, che ama le armi senza sembrare uno che deve andare alla guerra.

    D'altronde come direbbe un jedi... "Grande guerriero? Guerra non fa nessuno grande" (cit Yoda).

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