ATTIVITÀ DEGLI AMICI

    Stefano Benzi

    L’eredità inestimabile di Guardiola

    Mi permetto anche io di rispondere al quesito che molti di voi hanno letto e condiviso e che ha campeggiato a lungo sulla nostra home page tra ieri e oggi. Che cosa resterà del Barça di Guardiola? (qui)

    Premetto. Non ho letto il pezzo e come sempre non ho letto i vostri commenti. Mi diverto a rispondere alla domanda secca del titolo così, a bruciapelo.

    Io do due valori a questo allenatore: il primo riguarda metodo e programmazione. Ha voluto il Barça a tutti i costi e se lo è preso quando tutto sommato la scommessa, per quanto interessante (non è che fosse certo una squadra da buttar via) non era nemmeno agevole. Guardiola si è preso sulle spalle la gestione tecnica di una delle squadre societariamente più problematiche del mondo da profeta in patria, praticamente da esordiente, con l'incarico di rilanciare un programma che dopo la gestione di Rijkaard viveva una forte spaccatura politica all'interno della dirigenza e una difficile gestione sportiva di fronte allo strapotere economico del Real. I suoi primi passi sono stati mollare per strada Eto'o, Deco e Ronaldinho… i giocatori più mediatici e più vendibili del club. Un club, che non può permettersi di giocare senza stelle mediatiche, e che gli prende, quasi contro il suo volere, Ibrahimovic: che Pep mollerà l'anno dopo senza rimpianti da parte di nessuno.

    Guardiola preferisce scegliere quello che conosce: il valore di ciò che aveva contribuito a costruire, i ragazzi della Masia. Pochi forse ricordano che ciò che resta del Barça di Guardiola non sono solo i tredici trofei, gli oltre seicento gol, le 175 vittorie in 239 partite, le sole 19 sconfitte. Ma una dote di giocatori strepitosi che Guardiola ha cresciuto da ragazzini e contribuito a maturare in prima squadra. In tutto questo cresce silenziosamente anche un tecnico, Tito Vilanova, spiegandogli tutto quello che sa, insegnandogli ogni aspetto della gestione dello spogliatoio, della testa di ragazzi mostruosi ma fragilissimi, fortemente dipendenti da lui e dalla sua personalità. Il Barcellona non ha bisogno di niente: Guardiola gli ha lasciato tutto, squadra di fuoriclasse e gestore competente...

    Il secondo valore che do a Guardiola è l'umiltà: ho trovato il tecnico molto più umile dopo le vittorie che dopo le sconfitte. Il suo modo di lasciare è, o per per lo meno sembra, va…, non si sa mai, non da 'furbetto', pronto a prendere il primo passaggio per accettare il superingaggio di qualche altra squadra, ma da persona che si sente colpevole.

    Colpevole di avere sbagliato, colpevole di avere fallito due appuntamenti importanti come Liga e Champions League, colpevole di essere stanco di dover subire un'ondata mediatica che ti pone un esame di fronte a ogni partita e un'inquisizione di fronte a ogni sconfitta.

    La frase di Rosell "gli avrei offerto qualsiasi cifra perché restasse", e credo che il Barcellona possa comodamente permettersi qualsiasi cifra davvero, spiega molto di questo addio di Guardiola. Non è una questione di soldi. Ma di tempismo: Pep lascia la sua eredità al suo vice, Tito Vilanova, l'uomo che ne può tramandare segreti, metodi, mentalità e che sicuramente non sarà un terremoto nello spogliatoio blaugrana ma solo un assestamento. E sono pronto a giurare che la prossima squadra che Guardiola accetterà sarà una Nazionale, e non subito. Forse nemmeno dopo l'Europeo: magari la Spagna, o l'Inghilterra.

    Rispetto a certi allenatori che di fronte a una frase come quella di Rosell avrebbero detto… "Ah beh, allora… dove firmo?" Guardiola si è posto un limite: "Sono esaurito e stanco, e rischio di trasmettere questo mio stato d'animo alla squadra".

    Guardiola aveva deciso e comunicato a Rosell di lasciare a ottobre: prima del mondiale per Club, prima di subire la crescita del Real in Spagna prima di concludere la prima fase di Champions League. Ne aveva comunque abbastanza, magari anche di vincere sempre: e di fronte alla puzza di bruciato avrebbe potuto salvare la faccia, dire che il club non lo aveva sostenuto a gennaio con qualche rinforzo, o cercarsi altre squadre con largo anticipo. E invece ha spiazzato tutti tenendo il segreto per sé, il suo presidente e il suo vice.

    A volte ci si ferma a contemplare la grandezza di un tecnico solo di fronte a quanto vince, o a quanto guadagna. Ogni tanto bisogna ammettere che ci sono allenatori grandi, grandissimi, anche quando perdono. E lasciano in eredità a un club valori tecnici, umani e di personalità che entreranno a far parte del DNA del futuro di quella squadra.

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    Twitter: @stefano_benzi

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