No, non sarà un post strappalacrime: e tranquilli, almeno per ora l'unica brutta notizia è che piove di nuovo.
Mi è venuto in mente questo titolo così, un po' estremo e provocatorio, pensando alla finale di Coppa di Francia che si è svolta ieri allo Stade de France di St.Denis completamente esaurito e che ha visto il Lione vincere la sua quinta coppa di Francia.
Il tutto un mese dopo la sconfitta in un'altra finale, a salvare il salvabile di una stagione lunghissima (53 partite con quella di ieri) ma povera di risultati di prestigio visto che il titolo è ormai lontano e che la via per l'Europa passava proprio da questa partita.
Il Lione ha vinto 1-0 grazie a un gol di Lisandro Lopez, quel Lopez che fino a dicembre era contestatissimo e che doveva essere ceduto al miglior offerente, e che tuttavia continua a segnare quasi a ogni partita (23 gol in 37 partite solo quest'anno).
Ma non è tanto importante il come o il cosa abbia vinto il Lione: quanto il contro chi.
L'avversario del Lione si chiamava Quvilly, espressione calcistica del villaggio di Petit Quevilly, 20mila persone famoso per… nulla. Apparentemente per nulla. Almeno fino a ieri. Con tutto il rispetto per Horlaville e Rio (17 presenze in Nazionale), le due celebrità sportive locali questo paesotto nel Nord della Normandia posizionato a una cinquantina di chilometri da Rouen è un insignificante puntino della carta geografica francese.
Ora, capite bene che per uno come me, che allo stadio si trovò a tifare per la squadra avversaria di quella di padre e fratello solo perché questa stava perdendo, una storia del genere ha sempre il suo fascino.
Ho sempre amato i perdenti; ho sempre avuto un debole per quelli che gli americani definiscono gli underdog, che suona molto meglio di sfavoriti. E il Quevilly, reduce da un anonimo campionato di centroclassifica in terza divisione francese ma capace di eliminare Rennes e Marsiglia dopo Orleans e Angers in una interminabile serie di nove partite cominciate il 30 ottobre dalle qualificazioni regionali, è un meraviglioso esempio di underdog.
Poche le note di merito in tutta la sua storia: una finale di Coppa nel 1927, persa 3-0, due semifinali nel 2010 e nel 1968 e un quarto di finale nel 2005. Per il resto anonimato assoluto. Anzi, oggi, da professionista promossa da ormai due anni alle fasi nazionali (terza divisione ma professionale) vive uno dei momenti più fulgidi della sua storia.
Il Quevilly non ha potuto giocare le partite nello stadio di casa, lo Stade Lozai perché ha 2500 posti e nessuna garanzia di sicurezza: dunque i gialli e sono costretti a farsi ospitare al Michel d'Ornano di Caen, dove si possono giocare le partite Ligue 1.
I giocatori del Quevilly Non possono permettersi ritiri lungi in luoghi esclusivi, spesso viaggiano in giornata, in autobus, e senza nessuna nottata di riflessione prima della gara nell'esclusivo cinque stelle garantito agli avversari; alcuni di loro arrotondano lavorando in palestra come personal trainer o dando ripetizioni (molti di loro sono ex universitari). Io credo che la gente debba amare gli underdogs… io sicuramente ho un debole per loro.
Anche se come accade quasi sempre arrivano solo fino al capitolo più prestigioso: e ne escono sconfitti.
C'è anche chi si è sforzato di dare un valore di marketing agli underdog: gli studenti dell'università americana della Bowling State, negli ultimi anni secondo una domanda rivolta a studenti non coinvolti come tifosi in sfide sportive hanno aumentato dal 57% all'81% la fidelizzazione del pubblico neutro nei confronti degli sfavoriti.
Perché? Semplice: perché allo sport chiediamo emozione e sorpresa. I colpi di scena piacciono a prescindere, e la gente si è rotta le palle del calciatore ricco, bello di successo e che deve vincere. La mondanità crea noia e invidia. Le vittorie di Grecia nel 2004, ma ancora di più quella della Danimarca nel 1992 rappresentano il mito della vittoria dello sfavorito: niente arroganza, niente dichiarazioni di circostanza, solo sacrificio, sorpresa e festa inattesa.
Noi italiani, purtroppo, siamo fatti male: perché l'underdog non solo non lo apprezziamo, ma nemmeno lo vogliamo in giro. Il meccanismo della nostra Coppa Italia, l'unica manifestazione che potrebbe coinvolgere tutti, semiprofessionisti e professionisti, esclude in partenza qualsiasi coinvolgimento di realtà al di sotto dell'evidenza di massa. La tv non è interessata, gli sponsor nemmeno e dunque la Coppa Italia diventa un mero puzzle da incastrare alla meno peggio in un calendario anche troppo fitto dove i favoriti scendono in campo all'ultimo momento e, quasi con un senso di fastidio, arrivando dove possibile. Se possono arrivano in fondo con il minimo danno. Se non possono relegano la Coppa a un obiettivo secondario.
Il resto è archivio, difficile da trovare persino sugli archivi on-line.
Di qui una richiesta, sicuramente destinata a essere ignorata dai vertici del calcio italiano, ridicolmente coinvolti in un'incapacità evidente nella gestione di problemi ben più gravi.
Rinnovare la Coppa Italia, cosa di cui si parla a vuoto da due decenni, significa dare una chance, una sola a chiunque… e non favorire nessuno: e dimostrare che questo paese vive di passioni di provincia non meno calde ed espressive di quelle spesso eccessive e gradasse della grandi città.
Aspettando che il Nardò salga in Pro 2 per correre a giocarsi la semifinale 2014 con il Napoli o che il Borgo a Buggiano (famoso per una citazione cinematografica in "Ti amo in tutte le lingue del mondo" di Pieraccioni) ospiti la Juventus nei quarti di finale della prossima edizione, continuo a subire il fascino degli underdog. Peccato che qui da noi, Davide sia prematuramente scomparso: ucciso da regolamenti e privilegi riservati alle solite, insopportabili e arroganti forze supreme nel nostro campionato. Maledetta mondanità…
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