Ammetto che negli ultimi giorni il loro tiki-taka mi ha dato un po' i nervi, e l'ho anche criticato definendolo 'possesso palloso', ma solo perché aveva molto di statistico e poco di spettacolare. Subito dopo la vittoria contro la Germania su Twitter mi è persino scappato un hashtag non elegantissimo (#iltikitakacelo… e qui dovrete andare per intuizione) perché troppa è stata la soddisfazione di vedere giocare l'Italia come ha giocato in semifinale.
Ma prima della finalissima di Kiev ammetto che se c'è una nazionale che stimo e che non è inserita tra quelle che assolutamente 'mie' (nell'ordine Brasile, Scozia e Olanda) e per le quali mi viene difficile fare il tifo contro, questa è proprio la Spagna. Se nei confronti di Seleçao, Tartan Army e Oranjie è vero e proprio amore, che tuttavia non metterà mai in discussione il mio rapporto esclusivo con la Nazionale Azzurra, per la Spagna provo una stima sportiva davvero profonda. So che è difficile da capire ma è anche difficilissimo da spiegare: io non vivo più il calcio come una questione di puro tifo, è un tunnel dal quale sono fuori da anni. Sono talmente nauseato dal tifo dei club e dalle porcherie che ho visto in tutti questi anni che tutti questi virus mi hanno reso vaccinato, o forse anestetizzato, al tifo fine a se stesso. Guardo tutto con molto più distacco e sicuramente meno partecipazione. Non credo sia un male.
C'è una canzone meravigliosa dei CSI che dice "conosco le abitudini so i prezzi e non voglio comperare né essere comprato, attratto fortemente attratto, civilizzato": chi ha voglia di leggere tra le righe capirà. Gli altri facciano 'back-arrow' o vadano sulla colonna del gossip qui a destra.
Non è un momento facile per nessuno, soprattutto per la Spagna che da anni ormai ha finito un periodo di entusiasmo e ottimismo per avvilupparsi in una spirale di crisi davvero molto negativa. Eppure lo sport spagnolo da sempre ha trovato una dimensione esplosiva, di straordinaria forza: in tutti gli sport. C'è chi dice che il merito è dell'indulgenza con cui in Spagna alcuni medici hanno aiutato le ricerche farmacologiche sulle sostanze dopanti. L'Operacion Puerto, nel 2006 scoperchiò un calderone che continua a ribollire e il dottor Fuentes, sotto il torchio un mese sì e un mese no, continua a sostenere di avere elementi che farebbero crollare il calcio e tutto il sistema sportivo spagnolo. Ma intanto non ha parlato, né in carcere né con il libro che da anni minaccia di scrivere e che non si sa se gli stia rendendo più in termini di minaccia (pare abbia ricevuto un sacco di soldi per non pubblicare nulla) o di pubblicazione. Fatto sta che Fuentes è fuori dal carcere ormai da anni e da tempo è tornato a fare il medico, il medico sportivo. E che del calderone del doping spagnolo si continua a parlare né più né meno che di quello che riguarda altri paesi (Cina, come Russia, Usa o paesi nordici).
Molti altri sostengono che il merito dell'esplosione dello sport spagnolo sia delle banche che hanno generosamente foraggiato i club, individuando in questo settore un elemento di marketing di forte espansione pubblicitaria. "Più finanziamo lo sport e i club, più avremo in cambio immagine e clienti" era il caposaldo degli uffici marketing degli istituti bancari.
Solo che a forza di foraggiare le banche si sono trovate con i granai vuoti, indebitate fino al collo. Per cui ora, tra crediti e obblighi nei confronti di un sistema che non possono abbandonare, le banche sono colluse con un mondo sportivo che non riesce a uscire da una spirale di soldi virtuali e debiti reali.
In compenso lo sport spagnolo ora ha università, scuole, strutture militari e universitarie d'eccellenza, polisportive pubbliche e private, impianti, know-how e soprattutto una cultura di massa che parte nelle scuole dalla tenerissima età e che sforna campioni in ogni sport. Tutto sommato qualcosa hanno fatto, ad altri sono rimasti solo i debiti. Basta guardarsi intorno.
Ma la cosa che stimo degli spagnoli è… l'educazione. Negli anni ho apprezzato molto il modo di porsi di tanti loro campioni, tantissimi allenatori (beh, c'è anche qualche eccezione: Aragonés) e club che hanno saputo creare una logica di confronto e non di scontro. Lavano i panni sporchi in casa loro e fuori fanno sempre bella figura. La nazionale spagnola è il capolavoro di questa mentalità: tanti giovani che hanno richiamato altrettanti giovanissimi a giocare a pallone, tanti simboli che non hanno mai urlato o espresso concetti fuori dalle righe o di scarso rispetto. Quella spagnola, comunque la si guardi, è una grandissima nazionale che ha aperto un ciclo formidabile e che, secondo me, merita tanto non solo per i risultati ma per il percorso che ha intrapreso per arrivarci.
Cara Spagna spero di batterti, e non vorrà certo dire che adesso siamo i migliori in senso assoluto: ma nello sport, come sappiamo, non sempre funziona così. E la stima comunque rimane immutata. Complimenti.
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