Dovremo rimandare ancora i nostri sogni d'oro nel volley: e non possiamo più parlare di 'oro stregato': le ragazze eliminate nei quarti di finale contro una squadra secondo me alla loro portata, la Corea, gli uomini esclusi dalla finale per l'oro da un Brasile semplicemente troppo forte, e che non ha concesso nulla.
Se ho dei rimpianti in questo sport che amo profondamente e che tante soddisfazioni ci ha concesso, mi arrivano dal settore femminile: non avrei scommesso su un'Italia vincente, ma su una squadra in grado di puntare alla semifinale, sì. Purtroppo le ragazze sono mancate in modo clamoroso, e netto, contro l'unico avversario che avrebbero potuto e dovuto battere: tanto bene avevano giocato le loro partite decisive nella fase a gironi quanto hanno balbettato nel match contro la Corea che si è affidata quasi completamente a un'unica giocatrice, Yeon-Koung Kim.
La Corea grazie alla Kim, colosso da 192 centimetri utile in banda, dalla seconda linea e al centro e autrice di 28 punti, ha giocato un volley ordinato e molto vario con decine di schemi che raramente le nostre sono state in grado di interpretare. Succede, una partita storta giocata con percentuali risicate contro un avversario estremamente scomodo, fantasioso e aggressivo come il Brasile, oltre che metodico e organizzato come la impone la tradizione del volley coreana.
Per gli uomini, vista la partita contro il Brasile, c'è poco da dire: se non 'grazie'. Mauro Berruto ha allestito una squadra dignitosa, non straordinaria, figlia di tante difficoltà e di una qualificazione che non poteva essere data per scontata. L'Italia è arrivata alla semifinale giocando una partita capolavoro contro gli Stati Uniti quando non ce lo saremmo aspettati, viste le sconfitte contro Polonia e Bulgaria. La differenza tra il Brasile e l'Italia è stata impietosa: ma anche giusta. Ed è figlia, un po' come per il torneo femminile, di quelli che oggi sono i valori dei nostri campionati.
Non offriamo più il campionato più bello del mondo, non dominiamo più nei trofei internazionali e sicuramente non giochiamo più il volley tanto spettacolare che ci aveva caratterizzato negli ultimi decenni. E questo non per colpa di Berruto e nemmeno dei talenti che si affacciano come dei veterani come Mastrangelo (36 anni), Papi (39), Boninfante (35) e Fei (33, ieri impegnato anche da opposto) che reggono la baracca nei casi di necessità.
Per spiegare il momento basta dare un'occhiata ai nostri campionati tra squadre che scompaiono, falliscono, cedono i loro diritti sportivi, o non riescono ad organizzare una rete di sponsor dopo una promozione: e decidono così di tornarsene nell'anonimato.
Da troppi anni ormai i nostri campionati sono un puzzle che vive di improvvise esplosioni e puntuali implosioni. I progetti come quello offerto da Trento, o gli esempi di amori a lungo termine come quelli rappresentati da Cuneo e Macerata, sono sempre più rari e meno imitati. Molti i giocatori italiani che guardano all'estero in un mercato povero di offerte e poverissimo di risorse.
Non è un buon momento… e guardare al numero degli iscritti, a una dignitosa organizzazione dei campionati, o a questa squadra che merita un podio se non altro per la sua dedizione, significa tapparsi gli occhi e non vedere il quadro generale.
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