ATTIVITÀ DEGLI AMICI

    Stefano Benzi

    Stavolta i parassiti italiani erano loro

    Mente più fredda, non certo più lucida: da me non si può pretendere tanto. Ma un po' meno di adrenalina ci può aiutare a capire quanto vale questa vittoria dell'Italia contro l'Inghilterra.

    Partiamo da lontano, dal Sudafrica: il merito di Prandelli è stato quello di prendere una squadra in disarmo, discussa, annientata da polemiche interne ed esterne e riportarla alla fase finale dell'Europeo nonostante un campionato logorante e gli attriti dei poteri forti perennemente in discussione (Federcalcio e Lega, ognuno dei club con i loro interessi).

    Sembra il minimo sindacale: ma secondo me, considerando da dove partivamo, dalla pochezza dei nostri vivai e dallo scarsissimo appeal che la Nazionale continua a rappresentare presso il tifoso italiano tradizionale, un soggetto da bar, televisione e messaggi anonimi on-line, certo non un attivista pasionario, non lo è assolutamente.

    In redazione pochissimi tra i miei colleghi, me compreso, prevedevano l'Italia in semifinale: i più ottimisti pensavano sarebbe uscita ai quarti. Ed essere tra i primi quattro paesi europei conferma la sostenibilità della squadra azzurra tra le prime cinque-sei scuole calcistiche del mondo. Una buona notizia, ma non è abbastanza per considerare il lavoro di ricostruzione concluso: forse non siamo nemmeno a buon punto. I meriti di questa nazionale sono soprattutto, se non quasi esclusivamente, di Prandelli e di un gruppo di lavoratori che hanno espresso spirito di sacrificio e una certa dedizione: cosa non comune per i nostri calciatori, che passano (magari perché lo sono) per viziati e poco inclini alla sofferenza. Non una classe operaia: piccolo borghese se mai, che ha saputo alzare il livello di chi si poneva in questa nazionale con umiltà e rimettere in circolo il talento decisivo di chi come Pirlo, De Rossi e Buffon sa ancora dimostrare come si può fare la differenza.

    Stamattina tutti i miei amici inglesi, sono quasi tutti colleghi, mi hanno recapitato diversi messaggi: "Compliments" mi scrive James, "Well done" mi ribadisce Stephen, "You were giants, we were ghosts" sottolinea Lee, "Sometimes you've just have to admit that the other side is much better" scrive Daniel che mi dice che farà il tifo per noi "perché siamo stati più inglesi di loro".

    Questo mi piace, è un bel complimento. Sempre Daniel, che sta per rientrare da Kiev, mi ha rivelato che Hodgson prima della partita ha raccontato ai suoi giocatori la storiella dello scorpione che per attraversare un fiume si fa accompagnare sul dorso di una rana, promettendola che non la pungerà. Ma alla fine la natura dello scorpione avrà il sopravvento: la rana viene punta, muore e i due animali affogano. Morale della favola: chi non sa cambiare la propria natura a volte soccombe. L'Inghilterra non ha saputo farlo, l'Italia sì.

    L'Italia, accusata così spesso dalla stampa inglese di restare chiusa per difendersi e ripartire in un "parassite football". Stavolta erano loro. Calcio parassita: proprio così, ecco come gli inglesi definiscono il nostro modo di giocare.

    Alla faccia dei parassiti: 35 tiri in porta e 20 a bersaglio contro i 9 degli inglesi, due dei quali hanno impegnato Buffon. L'Italia ha tirato ieri, in 120 minuti, più dell'Inghilterra nel corso di tutto il torneo. Hart, dopo la partita di ieri, risulta essere il portiere più votato per interventi decisivi.

    Anche il modo di guardare ai calci di rigore è stato diametralmente opposto: Prandelli ha parlato con tutti i suoi tiratori scegliendo la qualità e la personalità. Hodgson, per sua stessa ammissione ha scelto per conto suo sulla base degli ultimi test in allenamento (l'Inghilterra dedicava ai rigori 20' di workout al termine di ogni seduta, quasi ci sperasse) puntando sulla potenza. Il rigore di Pirlo è stato un capolavoro di genio, più che di sregolatezza: è stato un segnale... "giochiamocela", ha detto ai suoi; "non è mica finita" ha sussurrato agli avversari, sui quali ha montato una pressione significativa nel momento più importante dello spareggio.

    Mi godo questo momento di piccola gloria senza considerare che tutto sommato la semifinale è un obiettivo minimo e che la Germania di fronte a noi era e resta una squadra di valore considerevole e strutturato. Abbiamo la soddisfazione di avere riconquistato una dignità continentale scavalcando squadre che in tutta onestà, come Francia e Olanda e forse anche Russia, sembravano avere qualcosa più di noi.

    Nessun inno eroico da scrivere ma la legittima soddisfazione che quanto è stato fatto fin qui è stato fatto bene e che comunque andrà questo Europeo non sarà un fallimento. E da qui si potrà continuare magari con un po' meno disfattismo e con le stesse persone che hanno lavorato seriamente fin qui.

    Forse un pochino stiamo davvero cambiando la nostra natura sul campo, per lo meno lì. Il giorno che la cambieremo anche fuori dal terreno di gioco, con decine di migliaia tifosi davvero appassionati e interessati alla Nazionale sempre e comunque, e una politica del calcio meno afflitta da personalismi, protagonismi, politica e dai soliti intrallazzi, sarà un altro paese. Ma ormai ho 47 anni... non credo di avere ancora abbastanza tempo.

    Twitter: @stefano_benzi

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