Nel desolante panorama radio-televisivo che ci circonda esistono programmi interessantissimi, a volte purtroppo molto sottovalutati (io per esempio adoro "Tv Talk"). Sono e sarò sempre legato a un certo modo essenziale di fare informazione sportiva, quello del primo "Novantesimo Minuto" o di "Domenica Sprint"; detesto i talk show, li trovo un carrozzone di pochezza imbarazzante che simulano teatrini degni della commedia dell'arte che nulla hanno a che fare con l'approfondimento. Cancellerei le telecronache dei cronisti tifosi, ma non frequento volentieri nemmeno molti tifosi, incapaci di accendere cervello e senso critico quando si parla della loro squadra o dell'avversario di turno. Tuttavia gli studi di marketing la pensano diversamente perché se i giornali devono "spostare le copie", e attraversare la strada dei lettori casuali, le tv devono "aggredire e fidelizzare le nicchie".
Ma in questo modo non si fa più informazione e l'obiettività diventa un orpello del quale è inutile vestirsi se non è l'abito che si indossa ogni giorno. Ho scritto talmente tante volte di queste cose che non so nemmeno se sia il caso di tornarci sopra: ma qualche giorno fa c'è stato un intervento di Aldo Grasso che ha suscitato il mio interesse e la mia curiosità e che riguardava proprio il mestiere del telecronista.
Più che appassionato di televisione sono un telespettatore critico e disilluso che ama la tv straniera molto più di quella italiana. Seguo sempre Grasso e non sempre sono d'accordo con quello che scrive anche se non sono iscritto al suo forum e non mi affanno certo a farglielo sapere: intanto perché suppongo non gliene freghi nulla, e poi perché sono accolito di quella maggioranza silenziosa che, pur ascoltando i pareri di molti, se si deve fare un'idea matura la propria.
Grasso, in un breve video-blog postato qualche giorno fa, ha parlato dei telecronisti e della necessità di cambiare completamente scuola di pensiero e di produzione rispetto agli ultimi prodotti che vedono il telecronista sportivo un narratore molto presente, troppo urlante, spesso eccessivamente protagonista di fronte a immagini che dicono molto, se non quasi tutto: il senso dell'intervento era... "Ci vorrebbe più silenzio in certe telecronache"...
Ne avevo parlato in un post pubblicato tre anni fa (eccolo) e ne ho riparlato recentemente nel mio blog sportivo (qui, con un omaggio al Maestro Provenzali, qui con uno studio sull'evoluzione della telecronaca degli ultimi anni e qui con una critica alle tante sindromi da protagonismo e da oblio che coinvolgono il lavoro del giornalista): il mestiere di telecronista non è facile e spesso le persone che ci ascoltano non hanno nemmeno la minima idea di che cosa voglia dire commentare da una cabina a Milano la semifinale di una partita di Champions League africana che si gioca a Nairobi della quale le formazioni arrivano, sbagliate, a metà del secondo tempo. Puoi aver studiato tanto, ma sarai carne da macello.
Anche meno divertente è quando ti viene cambiata, a sorpresa e all'ultimo istante, la scaletta del magazine che hai preparato per tre ore: e quelle che vedi non sono Porto e Sporting Braga, come ti saresti aspettato, ma Herenveen e AZ di Alkmaar che drammaticamente hanno pure le maglie simili. E rimedi una figuraccia interplanetaria.
Ma sul silenzio sono d'accordo: oggi le immagini dicono molto, anche se non tutto. Il telecronista dovrebbe essere un narratore garbato, affezionato ai luoghi e ai protagonisti dei quali racconta che possono essere spiegati al di là della partita di calcio: i cosiddetti commenti tecnici a volte non aggiungono nulla, rallentano il ritmo e finiscono per diventare di una banalità disarmante.
La narrazione invece è sempre un bel viaggio: in un posto nel quale non sei stato e ti piacerebbe andare. Era così che interpretavo così le mie telecronache di Brasileirao e che a volte mi capita di interpretare quelle della J League. Ma se parlo di Europeo U17, è tutto diverso: in quel caso passavo giornate al telefono per farmi raccontare aneddoti sui ragazzi e sulla loro vita tra scuola e pallone; mentre in Coppa d'Africa le storie di alcuni giocatori sono degne di un romanzo d'appendice e valgono più del sapere di chi è o potrebbe diventare il loro cartellino.
Conosco telecronisti che imparano a memoria centinaia di dati statistici e che sono abbonati a database aggiornatissimi che consultano freneticamente per imparare cose che non avranno mai il tempo di dire; ne conosco altri che vanno in cabina con la formazione scritta su un foglio di carta e quattro aneddoti mandati a memoria: e quello basta e avanza. Io sono di questa scuola.
Tuttavia arrivo a 47 anni con 4982 telecronache live di calcio alle spalle suddivise tra una decina di televisioni italiane e straniere con le quali ho lavorato e se arriverò a 5000 sarò meno sicuro di me rispetto a quando ho iniziato, 28 anni fa.
Mi auguro lunga vita, intendiamoci... ma il problema è che non so più che cosa vuole la gente. E sento tanti telecronisti magari non più bravi, o più preparati di me, ma più sicuri del fatto loro, e che di quello che vuole la gente se ne fregano. Io invece mi sono sempre posto il problema di quello che sia giusto raccontare e di quello che debba essere il ritmo di una telecronaca: ma... la verità è che oggi non accontenterai mai tutti e devi rassegnarti a considerare che il silenzio è comunque una risorsa preziosa. Come l'interazione con le persone che sono davvero interessate a quello che stai raccontando, soprattutto su Eurosport, che da sempre fa della divulgazione di sport e manifestazioni non molto conosciute una delle proprie caratteristiche prioritarie.
Probabilmente è per questo che da noi i telecronisti non esistono: si chiamano "commentatori".
Il tutto in un mestiere che oggi è inflazionato, che offre troppo, improvvisa tantissimo e spesso non aggiunge nulla a quello che le immagini dicono già. Si gioca a chi urla di più o a chi dice la battuta più divertente: un giochino nel quale tutti, prima o poi, finiamo per cadere. Ma la tendenza al rialzo sta abbassando la qualità: cosa della quale dobbiamo essere tutti consapevoli. Se poi si pensa che questo sia un mestiere che si può davvero insegnare... e che chiunque può fare a diplomino ottenuto, benvenuti. Iscrivetevi e pagate la retta.
Io credo basti un minimo di talento, un po' di coraggio e molto, molto buon senso. Anche quello di stare zitti...
Twitter @stefano_benzi
* * * *
Facebook Pagina Ufficiale di Stefano Benzi
Sito www.stefanobenzi.com
