Diva, primadonna, vanitosa, malata di protagonismo, venale: ne hanno scritte di tutti i colori su Valentina Vezzali. La donna che va d'accordo solo con se stessa e che non riesce a stabilire un rapporto da pari con nessuno, colleghe o allenatori, che abbiano a che fare con lei.
L'impressione dall'esterno o dalle conferenze stampa è quella di una prima della classe, puntigliosa, che deve fare tutte le cose per bene, che deve avere tutto sotto controllo, che non lascia nulla al caso e che non demanda nulla a nessuno. Comanda lei, decide lei.
Sono sincero: tra le tante immagini che lo sport mi ha offerto, umanamente, quella di Valentina Vezzali mi risulta un po' scostante e lontana. Anni fa ero (neppure tanto) segretamente innamorato di Dorina Vaccaroni con la sua fragile dolcezza e femminilità e poi ho vissuto la passione Trillini, l'avrei voluta eterna la Giovannona. Come un highlander.
Ma la Vezzali che mi suggerisce la merenda giusta, mi ricorda che bisogna andare a votare, mi suggerisce che i nostri figli devono mangiare le cose giuste ed essere educati in modo essenziale e spartano mi risulta un po' stucchevole. Dai talk show e dai salotti televisivi fa capolino come una donna che sa tutto, ha capito tutto e può dire qualsiasi cosa. Quella Vezzali, o meglio Vale, la mamma di Pietro, a me non piace. La sento lontana o forse non la sento per quella che è.
La Vezzali che piace a me è quella che sbrana la vita come una che non ne ha mai abbastanza: portabandiera della cerimonia inaugurale e finale di fioretto a distanza di meno di 24 ore. E qual è il problema?
La Pellegrini non lo farebbe mai, dice la divina dell'acqua: lei sì. Non so se la fatica dell'interminabile cerimonia, delle prove e soprattutto l'emozione di avere gli occhi di un intero paese addosso l'abbiano messa sotto stress nel momento meno opportuno. Ma Valentina ha sofferto un po' in qualificazione per perdere in semifinale e sul più bello, quando la disumana ti sembra di carne e ossa, scopri la Vezzali che vuoi: la iena.
Nella finale per il bronzo perde, va sotto, si incazza prende un giallo e un rosso, si ri-incazza. Va sul 6-10 con la coreana Nam che si rifugia in fondo alla pedana come un animale in trappola: l'azzurra recupera uno, due punti e a cinque secondi dalla fine, sotto di due stoccate fa il miracolo. Pareggia, vince, gioisce: ma lo fa sempre da incazzatissima. Scappa e si fa inseguire dagli addetti che cercano di liberarla del cavo della tuta; niente... lei cammina imperterrita. Va sotto le tribune a cercare la mamma che al mattino era senza biglietto (chissà quanti dirigenti Coni lo avranno trovato senza problemi) e abbraccia lei e il piccolo Pietro. Che visto lontano dal campo di grano e dalla quercia popolata di uccellini, sembra persino un bimbo vero e non un perfetto ologramma pubblicitario.
Incazzata alla meta. Anche se non è quella dorata che si pensava e che lei sperava.
Simpatica, antipatica, mediatica: la Vezzali era e resta anche dopo questa medaglia di bronzo l'atleta italiana migliore di tutti i tempi. E non per quel piglio un po' snob che a volte sembra coglierla fuori dalla pedana ma quando, scarmigliata e trasfigurata da rabbia e fatica, si avventa sull'avversaria usando il fioretto come un bastone da kendo.
Un bronzo che vale quasi quanto un oro sull'onda del quale non credo proprio che Valentina, come ieri scriveva qualcuno, annuncerà il suo ritiro. Una così, solo per la forza di volontà che ha, può arrivare a Rio su un piede solo: magari ci faccia mangiare un po' meno merendine, o faccia uno spot in città, tra metropolitana sudicia e tram che non arrivano. Che il 90% dei suoi connazionali, purtroppo, vive in un posto così.
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