Mai dire mai dicevamo. Perché il calcio a volte dà e a volte prende: e spesso decide di dare a chi non prevedi e quando meno te l'aspetti.
La finale tra Bayern e Chelsea è stata equilibrata più che bella, e la conclusione ai rigori è stata tutto sommato la conclusione più logica, se non la più legittima. Perché in questo equilibrio generale un po' mediocre va detto che il Chelsea ha fatto una partita superiore alle aspettative, sorprendendo tatticamente molti con la presenza dell'esordiente Bertrand dal primo minuto, mentre dal Bayern, per la verità, mi sarei aspettato di più. Mi sarei aspettato una partenza più dirompente, un Gomez molto più efficace (ma anche molto più servito), un Robben decisamente più incisivo e un Ribery meno incostante.
Mi sarei aspettato un Bayern più preciso e letale nelle occasioni fondamentali concesse dal Chelsea; e poi, se quando hai un gol di vantaggio a sei minuti dalla fine concedi un unico movimento (micidiale e prevedibile) all'attaccante avversario più pericoloso sull'unico calcio d'angolo che subisci, vuol dire che te la vai a cercare. Se poi finisci anche per sbagliare un rigore giustissimo, ma ingenuamente regalato durante i tempi supplementari, beh… vuol dire che un po' te lo meriti anche.
Una sfida più nervosa e cerebrale che tattica e tecnica tra due squadre pronte a tutto ma sicuramente stanche e con molti vuoti pesanti: alla fine la forza mentale del Chelsea, quella di recuperare dopo il gol subito, quella di restare in partita dopo il rigore fallito da Robben e quella di reggere l'urto di una lunga serie di penalty ad handicap dopo l'iniziale errore di Mata, ha fatto la differenza.
La Champions League torna dunque in Inghilterra, quattro anni dopo il Luzhniki e per la dodicesima volta nella sua storia: ma per la prima volta impreziosisce Londra, prossima sede Olimpica. Magari tra qualche ora avremo modo di azzardare analisi più fredde e razionali ma ora, a pochi secondi dalla fine della gara e mentre si prepara la premiazione, tutto sommato va detto che la Coppa premia una squadra che non sempre è stata ripagata dall'impegno e dalla qualità di gioco degli anni passati coronando alcune storie molto belle: quella di chi non c'era, Terry, che da anni racconta di vivere come un incubo l'errore dal dischetto di Mosca, e di chi c'era, come Drogba, giocatore di qualità straordinarie cui mancava un trofeo di respiro internazionale per definirsi davvero grandissimo. Ed è bella anche la storia di Di Matteo, allenatore giovane capace di farsi capire da uno spogliatoio di veterani in guerra tra loro e che ha saputo rilanciare fino a vette impensabili, e mai raggiunte, una stagione che sembrava destinata a mediocrità e anonimato.
La Coppa non premia la squadra di casa e ancora una volta non premia la squadra favorita. Ma come detto in sede di presentazione di questa partita, e nell'apertura di commento di questa finale vinta dal Chelsea… mai dire mai.
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