E' giunto il momento che il calcio prenda una posizione. Perché la regola del Show must go on non può e non deve essere sempre osservata. E se è giusto fermare il mondo del pallone per onorare la memoria di uno dei suoi più sfortunati interpreti, è giusto anche valutare se il calcio, con i suoi milioni di tifosi in tutto il mondo, possa anche farsi portatore e maestro di quei diritti umani che in molte parti del mondo vengono ignorati. Dare un segnale forte.
E' notizia di questi giorni la possibilità paventata dalla Germania di non far partire la squadra alla volta di Polonia e Ucraina fino a quando non si farà chiarezza sulla situazione, inaccettabile se venisse confermata, di Yulia Timoshenko, l'ex leader ucraina in carcere per abuso d'uffico. Un'accisa da lei sempre respinta. Questa però è un'altra storia. Il problema che invece riguarda il calcio è nato dopo che dalla prigione sono uscite delle foto preoccupanti: la Timoshenko mostra i lividi che, a suo dire, sarebbero il risultato delle continue percosse a cui la sottopongono le guardie carcerarie.
Vero, falso. Colpevole, innocente. Non abbiamo i mezzi per stabilirlo. Ciò che possiamo dire è che diventa difficile pensare di partecipare a una festa, come gli Europei vorrebbero essere, in un Paese che potrebbe rivelarsi ancora così indietro nella difesa dei diritti umani riconosciuti a livello mondiale. Far finta di nulla è impossibile. Pensare di fermare la macchina miliardaria del calcio anche.
Non appena la Merkel ha paventato la possibilità di non mandare la nazionale tedesca, ipotesi cui hanno fatto seguito voci di un possibile slittamento del calcio d'inizio della manifestazione, ecco alzarsi la cortina di ferro dell'Uefa che chiarisce che l'Europeo si giocherà e si giocherà in quelle date. Punto. Ma Frau Merkel non è donna capace di accettare un no e quindi, senza mezzi termini, ha detto che lei non assisterà a nessuna partita se prima la Timoshenko non verrà liberata. La Merkel è anche passata al contrattacco minacciando di essere un grosso ostacolo per l'accordo di associazione Ucraina e Ue.
La controreazione: l'Ucraina ha accusato la Germania di usare "metodi da Guerra Fredda". Non vorremmo pensare che i leader politici della Germania siano capaci di rispolverare metodi da Guerra fredda e rendere lo sport ostaggio della politica", ha affermato il portavoce del ministero degli Esteri ucraino, Oleg Voloshy.
E l'Italia? Il presidente della Figc Giancarlo Abete è stato piuttosto cauto: "Il calcio aiuterà a far parlare del caso di Yulia Timoshenko: è sempre così, in occasione dei grandi eventi sportivi si accendono i riflettori anche sulle tematiche sociali dei Paesi che li ospitano. Credo che il calcio e lo sport, in occasione di un grande evento in un determinato Paese, siano molto utili - sostiene il presidente della Figc - perché l'attenzione tocca anche problematiche politiche e sociali o questioni legate ai diritti umani che altrimenti restano in ombra. Lo si è visto anche con i Giochi olimpici di Pechino 2008. Come Figc abbiamo sempre grande attenzione per quanto avviene in un Paese dove si svolge un evento che ci coinvolge, come accade in questo caso in Ucraina per la vicenda dell'ex premier in carcere da mesi". Insomma, l'Italia non si ferma, ma promette di essere in qualche modo la voce dell'ex leader.
La sensazione personale è che tutto si risolverà a 'tarallucci e vino': gli Europei si faranno e la Timoshenko riempirà le pagine dei giornali solo per i primi giorni. Troppi gli interessi economici in ballo.
Ma mi piace finire con le parole dell'ex ministro della cultura e dell'istruzione francese Jack Lang. In questa situazione di grave crisi economica e sociale, il rispetto dei diritti umani, della giustizia e della libertà diventa ancora più importante. L'Europa, anche se a volte con difficoltà, ha dimostrato di essere capace di muoversi per far valere e difendere la giustizia.
E il calcio da che parte sta?
Di Caterina CAMERLENGO
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