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    Europei, la top 10 degli allenatori

    Scegliere dieci allenatori su 13 edizioni dell'Europeo non è affatto semplice. Ecco però una selezione dei commissari tecnici che a nostro avviso hanno lasciato un marchio indelebile nella storia delle rispettive nazionali e della competizione.

    1 - OTTO REHHAGEL (Grecia, 2004 e 2008)

    Un monumento del calcio tedesco, ma soprattutto il ct capace di compiere una delle imprese più incredibili che si ricordino a livello internazionale. Nel 2001 diventa il selezionatore della Grecia e subito centra la qualificazione per l'Europeo del 2004. Quello della storia. Perché la formazione ellenica, imbottita di giocatori mediocri (da Dellas a Karagounis, passando per la stella Zagorakis e la rivelazione Karagounis), inizia con una vittoria a sorpresa ai danni del Portogallo padrone di casa e chiude con un miracolo in finale proprio contro i lusitani. Campioni d'Europa in un modo incredibile, con un catenaccio furioso ma implacabile e imbattibile anche per la Francia campione in carica, eliminata ai quarti. Poco conta che nel 2008 l'uscita di scena sarà piuttosto mesta con tre sconfitte in tre partite. Quell'impresa ha consacrato Rehhagel tra i grandissimi.

    2 - RINUS MICHELS (Olanda, 1988 e 1992)

    Lasciate perdere i confronti, il migliore di questa lista di ct è senza ombra di dubbio il santone del calcio olandese. Lui che pose le basi per l'Ajax dei fenomeni a cavallo tra gli anni 60 e i 70, lui che guidò l'Arancia Meccanica allo storico Mondiale del 1974 (quello dell'incredibile delusione in finale contro la Germania Ovest) e lui che nel 1988 torna sulla panchina "oranje" per la terza volta in carriera. Basterebbe il palmares per qualificarlo come il migliore del gruppetto, ma il profeta del calcio totale può vantare anche qualcosa in più. La soddisfazione di essere stato l'unico ct ad aver portato l'Olanda a un successo internazionale: l'Europeo del 1988. Quello della rivincita ai danni della Germania Ovest in semifinale e della netta vittoria sull'URSS di Valeri Lobanovksi in finale (con tanto di meraviglia assoluta di Marco van Basten). Una squadra pazzesca, con Rijkaard, Gullit e van Basten al top. Ma anche gli ottimi van Breukelen e Ronald Koeman. Il tutto assemblato da Michels, che tornerà per l'Europeo successivo con Dick Advocaat come vice e verrà beffato in semifinale ai rigori dal miracolo danese. Uno smacco che non scalfirà mai la sua leggenda.

    3 - RICHARD MOLLER NIELSEN (Danimarca, 1992 e 1996)

    La generazione dei fenomeni ballò una sola estate, ma non si può negare che fece un botto da annali. La storia è arcinota. La Danimarca non si qualifica all'Europeo svedese del 1992, però la guerra nei Balcani estromette la Jugoslavia. E, così, gli assi della "danish dynamite" vengono richiamati in tutta fretta dalle vacanze. Tornano tutti, tranne la stella assoluta Michael Laudrup che coglie la palla al balzo per negarsi al poco apprezzato ct (reo di aver sostituito lui e il fratello Brian a Belfast contro l'Irlanda del Nord). "La mia nazionale è il Barcelona", dice il più vecchio dei due Laudrup. Poco male, perché si perderà l'avventura di una vita. La Danimarca, molto meno scintillante rispetto al Mondiale del 1986, viene plasmata da Moller-Nielsen all'insegna della solidità. E sbanca. Al debutto pareggia con l'Inghilterra, poi perde con i padroni di casa svedesi. Ma, una volta messa spalle al muro, centra l'impresa leggendaria battendo 2-1 la Francia allenata da Michel Platini nell'ultimo match del Gruppo A. Larsen apre, Papin pareggia e al 78' Elstrup segna la rete della vittoria. È l'inizio di una cavalcata pazzesca. In semifinale Schmeichel para il rigore decisivo di van Basten ed elimina l'Olanda dagli undici metri, mentre all'atto decisivo crolla anche la Germania campione del mondo guidata da Berti Vogts: 2-0, reti di Jensen e Vilfort. Un trionfo incredibile ma senza replica, considerando che nel 1996 l'Europeo sarà un fiasco totale. Poco conta, però. Non trovate?

    4 - BERTI VOGTS (Germania, 1992 e 1996)

    Non passerà di certo alla storia come tecnico brillante, ma qualche lezione da impartire l'ha senza dubbio anche lui. Un ct che può vantare un palmares invidiabile e un primato ancora lontano dall'essere eguagliato. Soltanto lui, infatti, è riuscito a vincere l'Europeo sia da giocatore (1992) che da allenatore (1996, Zoff sarebbe arrivato a qualche secondo dall'eguagliarlo nel 2000), partecipando comunque all'accoppiata Mondiale di Franz Beckenbauer nelle vesti di vice nel 1990. Quando il Kaiser decide che è tempo di fare altro, la Mannschaft passa al fido Vogts. Che parte steccando l'Europeo del 1992, perso in finale contro la Danimarca, rimedia un'altra sonora delusione al Mondiale americano (eliminazione nei quarti per mano della Bulgaria) e coglie la grande rivincita nell'estate inglese del 1996. Quella in cui i tedeschi si prendono la rivincita del Mondiale perso trent'anni prima, guidati da una squadra di vecchietti terribili. Un gruppo giudicato da tutti come cotto che pochi, nonostante Lothar Matthaeus decida di non prendere parte alla spedizione per lasciare spazio ai giovani. Haessler ne ha 30, Helmer 31, Eilts e Klinsmann viaggiano per i 32, Kuntz e Koepke per i 34. Sammer ne ha 29 e diventa il nuovo leader emotivo, prendendo ruolo e gradi di Matthaeus, e lanciandosi incredibilmente verso il Pallone d'Oro. La Germania tecnicamente non entusiasma, ma parte alla grande con due vittorie su Repubblica Ceca (2-0, Ziege e Moeller) e Russia (3-0, Sammer e doppietta di Klinsmann), prima di eliminare l'Italia con uno 0-0 sfruttando il rigore sbagliato da Zola. Già, i rigori. Quelli che portano la Germania diretta in semifinale battendo prima la Spagna e poi i padroni di casa dell'Inghilterra dagli undici metri. Nell'atto decisivo di Wembley, poi, ci pensa Bierhoff, alzandosi dalla panchina e ribaltando il vantaggio iniziale del ceco Berger con una doppietta tra 73' e 95'. L'ultima competizione internazionale vinta dalla Germania.

    5 - VACLAV JEZEK (Cecoslovacchia, 1976)

    Non se lo ricordano in tanti, ma si tratta di uno degli allenatori di maggior successo del calcio dell'Est. Tutto iniziò con lo Sparta Praga - rivoluzionato e portato a quattro titoli cecoslovacchi (1965, 1967, 1984 e 1990) - per poi continuare in Olanda tra ADO Den Haag E Feyenoord (campione d'Olanda nel 1980). In mezzo alle due avventure c'è però il miracolo autentico, quello che vide la Cecoslovacchia alzarsi sul trono d'Europa nell'estate del 1976. I campionati si giocano in Jugoslavia, con due partite secche di semifinale e finale. Il primo match vede l'Olanda di Knobel andare al tappeto dopo dei supplementari tiratissimi a Zagabria (3-1, gol e autogol di Ondrus nei tempi regolamentari prima delle reti di Nehoda e Vesely tra 114' e 118'). La finale, invece, è pura epica contro la Germania Ovest campione del mondo e d'Europa in carica. Svehlik e Doblas portano la Cecoslovacchia sul 2-0 dopo 25', ma Dieter Muller e Holzenbein pareggiano in conti. Si va ai supplementari e poi ai rigori. Lì dove Uli Hoeness fallisce e Antonin Panenka chiude tutto con il primo "cucchiaio" che la storia calcistica ricordi, quello che batte Sepp Meier e regala il trionfo alla Cecoslovacchia. Un'impresa epica.

    6 - HELMUT SCHOEN (Germania Ovest, 1972 e 1976)

    Un monumento autentico del calcio mondiale e non soltanto tedesco. Dopo aver allenato la nazionale del Saarland, viene integrato nello staff tecnico campione del mondo di Sepp Herberger nel 1956. Da assistente scala le gerarchie, sino a prendere il posto dello storico commissario tecnico nel 1964 per poi lasciarlo soltanto 14 anni dopo, cedendo con il flop del Mondiale argentino. Sotto la sua guida, la Germania Ovest vive gli anni di maggiore successo. Il secondo Mondiale vinto in casa nel 1974, la finale del 1966 a Wembley e quella del 1976 a Belgrado, oltre alla storica sconfitta nella semifinale con l'Italia del 1970. Ma anche l'Europeo vinto in Belgio nel 1972, quello in cui la generazione dei fenomeni accende per la prima volta i fari. Franz Beckenbauer domina tra difesa e centrocampo, mentre Gunther Netzer illumina in regia al posto di Wolfgang Overath (il suo rivale non prese parte alla fase finale dell'Europeo per via di un infortunio) e Uli Hoeness garantisce il cambio di porta. Il tutto senza dimenticarsi dello storico Sepp Meier in porta, dell'arcigno Schwarzenbeck in difesa e di un 21enne Paul Breitner sulla fascia. Indimenticabile, ovviamente, è l'apporto di Gerd Muller, che trascina la Mannschaft con una doppietta al Belgio in semifinale (2-1 ad Anversa) e una in finale contro l'URSS (3-0, l'altra rete è di Wimmer). Una squadra semplicemente pazzesca, forse ancora più forte di quella che due anni più tardi avrebbe portato a casa il Mondiale. Un'accoppiata poi riuscita soltanto a Francia (1998 e 2000) e Spagna (2008 e 2010), nazionali che però il ct lo avevano cambiato tra le due competizioni. La Germania non lo fece.

    7 - JOSE' VILALONGA (Spagna, 1964)

    Il suo nome è ormai perso nella notte dei tempi. Ma si tratta di uno dei pochi ad aver unito Real e Atletico Madrid. "Pepe" ha fatto la storia del calcio iberico, prima da tecnico delle Merengues, poi dei Colchoneros e infine delle Furie Rosse. Come? Vincendo su tutte e tre le panchine. Dai primi due trionfi in Coppa dei Campioni con il Real Madrid (1956 e 1957 - oltre alla Liga del 1955 e quella del 1957) alla Coppa delle Coppe con l'Atletico (1962). Ma, soprattutto, il primo trionfo internazionale della Spagna, quello nell'Europeo di casa del 1964. Una grande occasione di propaganda per il "generalissimo" Francisco Franco, che si conclude in una finale ideologica contro l'URSS, battuto 2-1 davanti ai più di 100mila spettatori del Santiago Bernabeu. Luisito Suarez ispira, Pereda apre dopo 6', Khusainov pareggia dopo due minuti ma a sei dallo scadere arriva la storica rete di Marcelino, che batte il leggendario Lev Yashin con un colpo di testa memorabile. Una vittoria che rimarrà a lungo un caso più unico che raro, sino almeno ai giorni nostri.

    8 - LUIS ARAGONES (Spagna, 2008)

    Per rompere il ghiaccio serviva lui, un "colchonero" DOC che è riuscito a spezzare una maledizione di ben 44 anni. Tanto tempo era passato dall'ultima vittoria della Spagna in un torneo internazionale, tante delusioni tra Europei e Mondiali, senza mai uno straccio di soddisfazione pur partendo sempre tra le favorite. Quella volta, però, è stato davvero l'anno delle Furie Rosse. Aragones si siede sulla panchina della Spagna nel 2004, ereditando una squadra eliminata addirittura al primo turno dell'Europeo portoghese. Il vecchio "don Luis" ha 66 anni, ma con il solito fare da vecchio "abuelo" piuttosto burbero punta in modo deciso sui giovani. Dapprima con un mix che non paga al Mondiale tedesco, con un'altra sonora eliminazione per mano della Francia agli ottavi, poi con la miscela giusta. Quella che prevede la clamorosa esclusione di Raul alla vigilia dell'Europeo del 2008. Mai decisione fu così azzeccata. Privi dell'ingombrante stella del Real Madrid, i ragazzi in rosso tirano fuori gli artigli. Puyol si scopre leader difensivo, così come Torres e Villa (capocannoniere del torneo nonostante l'infortunio rimediato contro la Russia in semifinale) fanno la differenza in attacco e Xavi ispira a centrocampo divenendo il miglior giocatore del torneo. Un mix che per la prima volta conosce anche un certo equilibrio, grazie alla naturalizzazione di Senna in mediana. Si capisce da subito che la Spagna è una delle squadre più in palla. Il girone viene vinto a mani basse battendo Russia (4-1), Svezia (2-1) e Grecia (2-1). Poi arrivano i quarti. E qui, dopo 120' tiratissimi nel caldo torrido di Vienna, arriva la vera impresa: l'Italia, il tabù storico degli spagnoli, è fatta fuori ai rigori. Non resta che cacciare fuori la sorpresa russa in semifinale (3-0) e completare l'opera contro la Germania sempre all'Ernst Happel. Ci pensa Torres, che al 33' sfrutta al massimo uno svarione di Lahm e segna l'unica rete della finale. Il tabù è sfatato. E la Spagna s'invola verso gli anni più belli del proprio calcio. Grazie a Luis, che una volta presosi la rivincita personale saluta tutti e lascia la panchina a Vicente del Bosque.

    9 - FERRUCCIO VALCAREGGI (Italia, 1968)

    Non fu un compito facile quello che ereditò dopo l'umiliazione coreana del 1966. Eppure, Valcareggi riuscì immediatamente a riportare in alto i colori azzurri, garantendo loro il primo successo del dopoguerra e un Mondiale comunque memorabile come quello del 1970. Il ct punta forte sul duo Rivera-Mazzola, quanto meno inizialmente, ma non mette da parte un Gigi Riva nel fulcro degli anni migliori. La Nazionale nasce sul blocco dell'Inter di Herrera, di cui Valcareggi è stato anche vice, nonostante l'infortunio di Picchi privi gli Azzurri della guida difensiva. Poco male, la fascia va a Giacinto Facchetti, che porta l'Italia al trionfo. Prima con la monetina che regala la finale ai danni dell'URSS, poi nella finale bis contro la Jugoslavia, piegata nel caldo romano dai gol di Riva e Pietro Anastasi. Costituirà il blocco che arriverà dritto dritto al Mondiale tedesco del 1974, quello dell'eliminazione al primo turno per raggiunti limiti di età. Ma resterà sempre nella storia come l'unico ct azzurro capace di fare suo un Europeo.

    10 - MICHEL HIDALGO (Francia, 1984)

    Non erano anni facili per il movimento francese quando nel 1976 Hidalgo prese in consegna la panchina dei Bleus rimpiazzando Stefan Kovacs. La Francia contava poco e niente a livello internazionale, rimanendo costantemente fuori dalle vetrine più importanti. Ma con lui tutto cambia. Dapprima con il concetto di un calcio di classe che sarebbe divenuto il DNA dei galletti da allora in avanti, poi con i risultati, non meno importanti dell'idea di gioco. Nel 1978 riporta la Francia al Mondiale, mentre nel 1982 viene beffato dalla Germania Ovest a un passo dall'atto decisivo con l'Italia. La resa dei conti arriva però nel 1984, quando proprio i transalpini ospitano la fase finale dell'Europeo. Il torneo è memorabile. La Francia vince tutte le partite del Girone A (1-0 alla Danimarca, 5-0 al Belgio e 3-2 alla Jugoslavia, con ben 7 gol di Michel Platini) e in semifinale stende il Portogallo dopo una grande battaglia sotto gli occhi di Pairetto (a decidere il 3-2 definitivo è Platini al 119'). Poi, in finale, il 2-0 che mette ko anche la Spagna e manda in visibilio il Parco dei Principi e una nazione intera, che vede in Platini il re assoluto del calcio (9 gol per lui nel torneo e poi Pallone d'Oro) e in Hidalgo il trascinatore ideale di una squadra imbottita di talento (come dimenticare gente del calibro di Tigana, Fernandez, Giresse e Lacombe?). La prima vittoria dei Bleus è questa. Dopodiché Hidalgo saluta tutti e lascia la panchina a Henri Michel. La Francia ovrà attendere altri 14 anni, un altro torneo ospitato in casa e un altro trascinatore assoluto (Zinedine Zidane) per sorridere nuovamente.

    Di Mattia FONTANA (Twitter: @mattiafontana83)

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