Shemaka, Vereva, Zainta, Daryaba, Zarkava, Sarafina, Valyra. Nel gioco delle sette famiglie, l’Aga Khan avrebbe vinto ancora una volta grazie a sette puledre di talento che, in meno di due decenni, gli hanno permesso di entrare sempre più nella leggenda delle corse ippiche. Ma l’eleganza nella tenuta che contraddistingue ogni edizione del Prix de Diane-Longines non è niente senza la maestria che l’accompagna.
Ai suoi sette successi, il principe ha potuto aggiungere dei momenti indimenticabili, una tripletta dietro l’altra. In un’annata contraddistinta prima di tutto dalla fenomenale Zarkava, vincitrice nel 2008 della Poule d'Essai des Pouliches, del Prix de Diane-Longines e dell’Arc de Triomphe. E tutto questo su tre anni consecutivi con i trionfi di Gérald Mossé nel 1997, 1998 e 1999 nel Prix de Diane-Longines.
Un bilancio che riempirebbe di gioia qualsiasi comune mortale, ma che per quest’uomo degno e poco esuberante “non è che il frutto di una organizzazione che va dall’allevatore al jockey, passando per il fantino”. Interrogato in occasione della conferenza stampa concessa ieri al fianco di John Patrick Murtagh e Jean-Claude Rouget, ci ha anche confermato “che la difficoltà dell’impresa è di riuscire a mantenere questa stessa organizzazione con un fantino e un trainer, tenendo conto del programma delle corse e dello svolgimento di quest’ultime”.
E anche se in passato aveva dichiarato che Valyra “non era la puledra che ci si aspettava”, l’Aga Khan aveva anche confessato di aver visto in John Patrick Murtagh la sua secret weapon (cfr. arma segreta), visto che lo considera sempre come “il miglior finitore d’Europa, o forse del mondo”. Un’abile maniera di spostare gli sguardi su qualcun altro, mentre l’arma segreta si materializza forse sotto forma di discreto settantenne?

