"Non è vero che ero stanco per la stagione e per le quattro ore e mezza contro Del Potro. La verità è che oggi Andy era il numero uno, era imbattibile". Parole e musica di Roger Federer, che così ha descritto la sua prestazione - e di conseguenza l’oro olimpico di Andy Murray - alla fine di quella settimana che, in un modo o nell’altro, riporta a pieni titoli Murray in quel meraviglioso “quartetto” in cui forse, troppo presto, era stato inserito ma di cui ora, è certamente degno eletto.
E’ vero che un’Olimpiade non vale uno slam, ma Murray ha dominato l’edizione più bella - e più combattuta - del torneo tennistico nella storia dei giochi olimpici e, proprio per questo, in qualche modo, a uno dei quattro tornei più prestigiosi del circuito può essere paragonata. Lo può essere perché aveva tre incredibili protagonisti che avrebbero fatto di tutto per portarsi a casa la medaglia più luccicante. Juan Martin Del Potro, sangue argentino purissimo, avrebbe “ucciso” (sportivamente parlando) per consegnare alla sua patria la prima medaglia olimpica. La quattro ore e mezza in semifinale con Federer ne sono una prova tangibile, così come il bronzo vinto poi ai danni di Djokovic e il ritrovamento di un tennis che dai tempi dell’infortunio alla spalla era ormai smarrito. Discorso analogo per Novak Djokovic, fiero portabandiera di una Serbia cui è il personaggio più rappresentate e influente; di una bandiera che sulle sue magliette, durante l’anno e non solo all’Olimpiade, sono sempre riconoscibili i colori portati con fierezza. Per non parlare poi di Roger Federer, che per quell’oro, unico buco di una bacheca che fa provincia, avrebbe forse concesso volentieri uno dei suoi 17 slam al giovane scozzese.
E invece ha vinto lui, Andy Murray, il brutto anatroccolo di quel quartetto che fino a qualche giorno fa era per molti un trio e che invece, dopo 5 finali di uno slam viste dal gradino più basso, ha visto umiliare in un 6-2, 6-1, 6-4 il più grande interprete del tennis moderno. Roger Federer, infatti, pur consapevole che tra 4 anni a Rio difficilmente potrà ambire all’oro (avrà 35 anni), non ha potuto nulla. Murray, “il pazzo Murray”, “l’incostante Murray”, “l’altalenante Murray”, è stato per la prima volta in controllo dall’inizio alla fine: 9 palle break annullate, 9 giochi consecutivi, servizi devastati, rovesci disegnati e dritti finalmente all’altezza di quei 3 che l’avevano sempre preceduto. Una macchina che ha deciso di fare il suo esordio vincente nel luogo (speciale) che un mese prima l’aveva vista arrivare seconda per l’ennesima volta. Andy Murray ‘è arrivato’… e questa volta sembra destinato a ‘volerci stare’.




