Inutile stare a girarci troppo intorno, perché due così grossi e nello stesso tempo così forti e complementari non ce li ha nessuno. E quando Pau Gasol e Andrew Bynum "cliccano" (cosa che sta avvenendo con regolare continuità da un po' di tempo a questa parte), i Lakers possono ancora avere una grossa voce in capitolo per il discorso Finals e titolo. Il catalano porta a scuola tutti con giocate difensive, offensive e di letture magnifiche, riempiendo qualsiasi casella del proprio score (13 punti, 8 assist, 8 rimbalzi, una tripla e 2 stoppate), mentre Drew spadroneggia nel verniciato mostrando i muscoli contro una front-line dei Nuggets o troppo undersized (con Harrington e Faried, ma si è visto anche il Gallo giocare da 4) o semplicemente troppo inadeguata a questo livello di pallacanestro con i settepiedi che ha a disposizione (Koufos, che parte titolare, viene letteralmente cancellato dal campo, mentre la versione di McGee è una buona fotocopia di quella vista più e più volte non fare esattamente sfracelli a Washington...). Alla fine arriverà una tripla-doppia sontuosa per il centrone gialloviola: 10 punti, 13 rimbalzi e 10 stoppate (cui si devono sommare altrettante parabole di tiro alterate), record nei playoff che fa il pari con le prestazioni registrate negli annali della pallacanestro da Olajuwon e Eaton. E, restando sempre in tema di annali, quella di Bynum è la prima tripla-doppia dei Lakers in post-season dal lontano 1991, dai tempi di Magic Johnson nella serie contro Chicago.
Con le "torri gemelle" a controllare i tabelloni e a oscurare il verniciato basta anche un Kobe Bryant a mezzo servizio (non ingannino i 31 punti finali, raccolti in gran parte a partita ormai ben indirizzata nella ripresa), che litiga parecchio con i ferri dello Staples e l'arcigna marcatura di Afflalo (anche un tecnico per reiterate proteste contro il #24 gialloviola) prima di riuscire a trovare un po' di fluidità offensiva nell'ultimo quarto e mezzo, utile per piazzare la stoccata definitiva agli agonizzanti Nuggets. Molto interessante, invece, il contributo di Ebanks (12 punti con 5/6 dal campo da titolare al posto dello squalificato World Peace, conditi da 5 rimbalzi e tanto atletismo per frenare gli alti ritmi di Denver), cui si uniscono le buone prestazioni dalla panchina di Jordan Hill (anche lui in doppia-doppia da 10+10, solidissimo in vernice) e Steve Blake, che segna 9 punti sparando tre bombe consecutive per forgiare il primo strappo sul finire del primo quarto (27-14), un allungo che sarà poi coltivato dai gialloviola e mantenuto per il resto della gara.
Il piano-partita dei Nuggets, trasformare la partita in un corri-e-tira ad alto numero di possessi, non riesce: i Lakers proteggono a meraviglia il canestro con l'ombrello dei lunghi, tartassano in attacco tirando il 50% del campo e gestiscono molto bene i possessi offensivi, limitandosi a sole 11 palle perse, numeri che frenano a dismisura le possibilità di contropiede avversario. Denver segna soltanto 7 punti in situazione di transizione nel primo tempo, chiude con 16 punti in meno della media stagionale (104.1) e non trova mai ritmo e fluidità, bloccata anche da un Ty Lawson terribilmente negativo. I mini-parziali con cui i Nuggets provano a tenere viva la partita arrivano con la saggezza di Andre Miller (12 punti, 7 assist e 8 rimbalzi) in regia, uno che a 36 anni sa ancora gestire il contropiede come un ragazzino, ma vengono puntualmente frustrati dalla netta supremazia fisica e tattica (Gasol da playmaker occulto è strepitoso) dei gialloviola: nel marasma del Colorado si salva, però, Danilo Gallinari, autore di 19 punti (top-scorer dei suoi) con 4 rimbalzi e di un ottimo primo tempo, salvo poi tendere al ribasso nella ripresa.

L'ultima volta in cui gli Spurs vinsero la gara inaugurale di una serie playoff risale al 2008, in doppio overtime contro Phoenix. Poi, una serie di 6 sconfitte consecutive, alcune delle quali molto dolorose, come quella che compromise poi il primo turno con i Grizzlies nella scorsa stagione: serie che si interrompe oggi, con gli Speroni a mettere in archivio la quarta vittoria dell'anno contro i Jazz.
Se Utah ha un vantaggio da poter sfruttare contro la testa di serie numero 1 della Western Conference, è vicino ai tabelloni, dove l'attività di Millsap unita ai piedi dolci di Al Jefferson e alla possibilità di sfruttare l'appoggio della coppia Kanter-Favors dalla panchina rischia di essere un cliente difficile per i texani: coach Pop opta così per dare spazio all'esperienza e alla versatilità di Diaw in post-basso di fianco a Duncan, mossa che funziona il giusto, visto che, a difesa schierata, i Jazz riforniscono spesso i loro terminali in post-basso. Così è Tony Parker che deve prendere in mano delle redini della partita: il francesino gioca un primo tempo stratosferico (chiuderà poi con 28 punti e 8 assist) massacrando Devin Harris in 1vs1 e sui giochi in pick'n'roll, dispensando perle a ripetizione, ma il vero strappo arriva con i secondi quintetti, e gli Spurs a sfruttare la superiorità della loro panchina con i canestri di Jackson (14) e Bonner (3/4 dall'arco).
Ma Utah ha il DNA di squadra "resilient" e resta sempre attaccata alla partita riuscendo ad alternare una pallacanestro più compassata con Millsap e Jefferson a un gioco a briglie più sciolte con le seconde linee, capitalizzando sulla mobilità di Favors e sulla buona serata di Tinsley e Carroll, una vera scheggia energetica a spasso per il campo. I Jazz rientrano a -4, quando si rimette al lavoro Tim Duncan con un paio di giocate d'antan (anche una schiacciata in testa a Jefferson che sembra portarlo indietro di una decina d'anni): il caraibico (17 punti, 11 rimbalzi e 5 assist) ricaccia indietro la rimonta di Utah, poi è ancora una volta la panchina a dare il colpo di grazia: un paio di assist al bacio di Ginobili, due bombe di Jackson e Bonner e la forbice si riapre sul +14, vanificando il faticoso tentativo di rientro degli ospiti. In chiusura torna a mettersi in proprio Tony Parker, con le ultime pennellate, la giusta firma per uno che, bisognerebbe dirlo, sta giocando una stagione da MVP "silenzioso".
Da segnalare un infortunio al polso (distorsione) per Thiago Splitter, autore di 4 punti in 7' come secondo cambio dei lunghi (considerando il "tiratore" Bonner come tale...): ma gli Spurs di quest'anno sono così profondi da permettersi di far alzare dalla panchina DaJuan Blair soltanto nel quarto periodo...

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Incredibile, diremmo. Semplicemente incredibile. Se non fossero i Clippers. Sotto di 27 punti nel terzo quarto e ancora a -24 (95-71) a poco più di 9 minuti dalla sirena, Los Angeles completa una delle più incredibili rimonte della storia della NBA piazzando un parzialone di 26-1 in cui tengono i Grizzlies a un solo canestro dal campo in tutto il resto del quarto periodo. Senza Caron Butler, infortunatosi poco dopo l'intervallo lungo (frattura alla mano sinistra, difficile rivederlo in campo molto presto...), è Nick Young che si prende il palcoscenico sparando tre bombe consecutive nel momento decisivo, riportando i Clippers fino al -3 (96-93) a 1'47" dalla sirena (19 punti per l'ex-guardia di Washington, che a fine gara esalterà ancora una volta l'importanza della discussa panchina rossoblù): sarà poi Chris Paul (14+11), servendo un assist al bacio in pick'n'roll con Evans seguito da un 2/2 dalla lunetta, a dare le pennellate finali.
Memphis, che dopo aver chiuso i primi tre quarti con il 50% dal campo frenerà bruscamente producendo un 5/19 nell'ultimo periodo, avrà comunque il pallone per vincere, ma una spettacolare difesa di Kenyon Martin su Rudy Gay costringerà la stella dei Grizz a prendersi un jumper complesso dal gomito e a mandarlo sul primo ferro. Gay, alla sua prima partita di playoff dopo aver saltato la scorsa post-season per infortunio, finisce con 19 punti e 7 rimbalzi, mentre Zach Randolph, rilanciato in quintetto da coach Hollins, gioca una gara ben al di sotto delle sue possibilità, con soli 6 punti e 3/13 al tiro. A Memphis, una delle peggiori squadre della Lega nel tiro da tre punti, non basta nemmeno una serata da 11/16 complessivo, con un 5/5 di Conley.

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Niente Zaza Pachulia da una parte, niente Ray Allen dall'altra e, forse, nemmeno Rajon Rondo per gara-2. La prima visita alla Philips Arena finisce male, molto male per i Celtics, che rischiano di perdere anche il loro playmaker (20 punti e 11 assist in serata) per squalifica dopo l'espulsione ricevuta nel finale per doppio tecnico condito da una spintarella ai danni dell'arbitro Marc Davis (e anche solo toccare un "grigio" è cosa vietatissima dalle norme NBA). Gli Hawks portano a casa gara-1 lucrando sul cuscinetto di margine di 13 lunghezze costruito al termine di un buon primo quarto e, nonostante i soli 52 punti nei seguenti tre periodi (34 nella ripresa) e un modesto 35.1% dal campo concesso dalla ritrovata difesa dei biancoverdi, riescono a resistere al tentativo di rimonta della formazione di coach Rivers, non certo aiutata da un Paul Pierce che sparacchia 5/19 con 0/6 oltre l'arco.
Non fa meglio Joe Johnson, che chiude con 3/15 e 0/9 dalla distanza, ma gli Hakws si rifanno con la doppia-doppia da 22 punti e 18 rimbalzi di Josh Smith, i 15 con 6 assist di Jeff Teague e da una panchina che, sebbene non sfolgorante, riesce comunque a produrre qualcosa di più di quella (inesistente) dei Celtics: Doc Rivers concede pochissimo spazio alle sue seconde linee cavalcando tantissimo i suoi titolari e raccoglie soltanto due punti a testa da Stiemsma e Dooling.

