Un polverone che rischia di ricoprire lo strapotere dimostrato più volte sul campo dalla squadra di Conte negli ultimi 12 mesi, ma che soprattutto potrebbe inficiare con i soliti sospetti italiani la settimana che porterà a Juventus-Inter. Il disastro di Catania rischia infatti di lasciare strascichi pesanti, polemiche di cui onestamente non sentivamo la mancanza. Ma dietro all’errore del trio Maggiani-Rizzoli-Gervasoni c’è di più.
TURNOVER LIMITATO – Il primo problema è quello di utilizzare gli stessi arbitri e guardalinee per un numero impressionante di partite. Dopo la scissione – voluta dai presidenti Serie A per poter avere il top dei fischietti italiani – tra Can A e Can B, gli arbitri a disposizione del designatore Braschi sono solamente 21. Pochini, se si considera che da questa stagione i direttori di gara sono chiamati anche a occupare il ruolo di giudici di porta. Una scelta coraggiosa da parte del nostro calcio, ma come spesso capita nel nostro Paese, preparata con troppa fretta e con estremo pressapochismo. Giusto sperimentare i giudici di porta, ma sarebbe stato utile organizzarsi con anticipo istruendo più assistenti in quel nuovo ruolo invece di spremere i fischietti. Il rischio, infatti, è quello di sovradosare le forze fisiche, ma soprattutto mentali, dei nostri arbitri. Col risultato di averli spesso stanchi e non al massimo, causa l’enorme pressione a cui sono sottoposti ogni domenica. E da qualche stagione anche il mercoledì.
GERARCHIA E AUTOREVOLEZZA: MA CHI DECIDE? – Il caso di Catania ha messo in mostra ben altro. Non è possibile, infatti, che un giudice di porta cambi la decisione del guardalinee in tema di fuorigioco. Rizzoli, arbitro internazionale di 41 anni e tra i migliori del nostro campionato, ha infatti influenzato la decisione di Maggiani che, a sua volta, ha fatto cambiare idea al primo arbitro Gervasoni. Un pasticcio gigante, figlio proprio dalla voglia di un arbitro autorevole come Rizzoli di prendere in mano la situazione in una casistica in cui il suo ruolo – quello di giudice di porta – avrebbe dovuto escluderlo dal dibattito. La decisione, di fischiare o meno il possibile fuorigioco, infatti spettava solamente a Maggiani. Rizzoli, da quella posizione, non poteva avere la giusta visuale per decidere al meglio. Ecco perché forse servirebbe una maggiore specificità nei ruoli: gli arbitri devono fare gli arbitri, e non i giudici di porta. Si è chiesto spesso maggiore collaborazione tra i direttori in campo, giusto, ma solo a patto che ognuno faccia al meglio nel suo campo di pertinenza. L’arbitro chiamato a fare il giudice di porta, infatti, si deve limitare a quello: altrimenti il rischio di assistere a uno scambio di opinioni tra più persone come a Catania per un periodo di quasi un minuto è altissimo. E come risultato ci potrà essere solamente una confusione assoluta e il pericolo di prendere la decisione sbagliata.
MAGGIANI E RIZZOLI, DUE PESI E DUE MISURE – Tralasciando il celebre caso del profilo Facebook filo juventino (smentito dall’Aia) di Maggiani, ha fatto stupore la decisione di fermare il guardalinee per almeno un turno (si profila uno stop anche di un mese) soprattutto se confrontata con la scelta di Rizzoli che andrà ad arbitrare Palermo-Milan. Come? I due hanno sbagliato, senza ombra di dubbio, ma il primo è stato giustamente bocciato mentre il secondo misteriosamente promosso. Come detto prima, Braschi ha a disposizione un numero limitato di fischietti, ma la disparità di trattamento è abbastanza evidente. Non ci resta che aggrapparci all’eloquente ma estremamente pratico commento di Maggiani: “Può capitare di sbagliare, e capiterà ancora…”. Amen.
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