Dimenticate lo scandalo Festina, e dimenticate anche l'Operacion Puerto di qualche anno fa: l'inchiesta di cui vi vogliamo rendere noti supera di gran lunga per proporzioni e personaggi coinvolti le due vicende sopra riportate. Come spiega la versione cartacea della "Gazzetta dello Sport", anche l'Italia ha il suo Eufemiano Fuentes, il medico dell'Operacion Puerto. Si chiama Michele Ferrari, ha 59 anni, ed è il personaggio centrale dell'inchiesta condotta dal pm della Procura di Padova, Benedetto Roberti.
Il "dottor Milò", così come veniva chiamato negli anni '90, sarebbe a capo di un giro d'affari stimato in una trentina di milioni di euro. Già assolto in appello nel 2006, Ferrari - che nel frattempo è stato avvicinato dai più grandi corridori del panorama internazionale (Armstrong lo frequenta dall'inizio della carriera) - è indagato a Padova, e dovrà rispondere delle accuse di associazione a delinquere finalizzata al contrabbando, al commercio, alla somministrazione di sostanze dopanti, oltre che all'evasione fiscale e al riciclaggio di denaro.
Il dossier di 1000 pagine diffuso dall'Usada, l'agenzia antidoping statunitense, che ha di fatto portato alla caduta del mito di Lance Armstrong, è nato proprio sulla base dell'inchiesta su Michele Ferrari condotta dal pm della Procura di Padova, Roberti, e iniziata addirittura nel luglio del 2010, in pieno Tour de France. E' in quel periodo, infatti, che - nella sede dell'Interpol a Lione - si incontrano per la prima volta le polizie di Francia, Spagna, Italia, Svizzera e Stati Uniti per gettare le basi dell'inchiesta che porterà alla luce l'imbroglio di Armstrong e Ferrari.

L'inchiesta, che è rimasta sotto silenzio fino a ieri, assume da subito portata internazionale: soprattutto Usada, che si concentra su Armstrong e il suo passato, e Procura di Padova, che invece punta a smarcherare Ferrari, si dividono il lavoro. Negli ultimi anni, in ogni parte del mondo, vengono fatti controllare telefoni, conti correnti in Svizzera (a Locarno sono collegati gli stipendi di alcuni corridori), addirittura perquisite le abitazioni delle persone sospette. A finire sotto indagine, nell'inchiesta che coinvolge anche atleti di altre discipline (si pensi solo a Schwazer, ma anche a sportivi di biathlon e triathlon), sono circa una cinquantina di corridori: tra gli italiani anche Visconti e Pozzato (squalificato di recente per tre mesi), Scarponi e Pellizotti, fino al "pentito" Bertagnolli.
Il "deus ex machina" di tutto è Michele Ferrari, che si avvale della "collaborazione del figlio Stefano e del procuratore sportivo Scimone". Ferrari e il suo entourage garantivano agli atleti che si recavano da loro una sorta di "pacchetto di assistenza completo", che andava - scrive la 'Gazzetta dello Sport' - "dall'assistenza nella sottoscrizione dei contratti alla preparazione atletica e farmacologica, fino alla copertura legale in caso di positività ai controlli o in vista di processi per materia di doping, con l'ausilio di 'consulenze artatamente costruite'", costruite appositamente con l'inganno.

Il vaso di Pandora appena scoperchiato punta il dito non solo sui singoli corridori, bensì su squadre intere. Almeno una ventina i team di cui la Procura ha voluto i contratti dei tesserati così da dare modo all'Uci di verificare eventuali anomalie e scoprire possibili evasioni: Liquigas, Lampre, Colnago, Geox, Androni, Katusha, QuickStep, Farnese Vini, Acqua&Sapone, Astana, RadioShack, Vacansoleil, Isd, Csf, Lpr, Diquigiovanni, Tinkoff, Rabobank, Gerolsteiner e Milram. In parole povere, il sistema messo in piedi da Ferrari voleva dopare gli atleti per farli vincere (andare nelle grandi squadre significava aumentare il proprio ingaggio e guadagnare più soldi, anche come diritti di immagine...) e aiutarli a evadere il fisco così da fare in modo di avere un ritorno economico sempre maggiore, per se stesso e i suoi "assistiti". Un'immagine del ciclismo, questa, che fa a pugni con quella che vorremmo ritrovare al più presto.

