Per molto tempo, consapevole che prima o poi quel giorno sarebbe arrivato, mi sono chiesto “cosa scriverò il giorno che vincerà il primo slam Andy Murray?”. Cosa racconterò di un tennista finalmente arrivato al famigerato primo traguardo?
Scrivo questo pezzo e in primis penso che un aiuto potrebbe venirmi da Ivan Lendl. Già, Ivan Lendl, quello straordinario campione che proprio come Murray ha dovuto aspettare la quinta finale; l’uomo in grado di aiutare Murray nella gestione - bla bla bla - della partita - bla bla bla - perché nei momenti difficili... Come si può intuire dalla mia scadente ironia credo poco nelle qualità taumaturgiche di un coach. La chiave, a mio parere, sta altrove.
Insomma, tornando a valutare le varie componenti dietro alla consacrazione di Andy Murray, penso che migliore spiegazione nascosta dietro il primo successo sia, come spesso accade, quella più semplice: qualcosa, domenica sera, sull’Arthur Ashe, nella testa dello scozzese, ha fatto definitivamente clic. Uno di quei clic dai quali non si può più tornare indietro. Uno scatto di un ingranaggio che manda a farsi benedire tutte le nostre infinità di chiacchiere e parole, quelle dei detrattori, quelle degli esaltatori, quelle dei distruttori e che lasciano posto solo all’evidenza: la maturazione. Come spesso accade per i giochi di testa e nervi – perché questo è un gioco di testa e nervi, ancor prima che braccio, polso e fiato -, Andy Murray ha finalmente imparato “a giocare” gestendo se stesso. Dall’oro olimpico di Wimbledon (e per buoni tratti già nella finale di 3 settimane prima con Federer) a oggi, Murray è definitivamente cambiato nell’approccio mentale alla gara. Troppo più propositivo nello scambio, troppo più sicuro con quel dritto, troppo più stabile mentalmente. In una parola: troppo più maturo per poter fallire ancora. Murray, nell’anticamera del quinto set, si è dimostrato “adulto in un negozio di caramelle” dicendo no all’abbuffata e i capricci che provocano il mal di pancia e sì alla solida convinzione che si può ottenere l’estasi del piacere mantenendo il giusto self control. Addio sproloqui con se stesso, addio bofonchi con l’angolo, addio linguaggio del corpo negativo e benvenuta auto-incitazione e consapevolezza di poter tornare a essere il giocatore dei primi due set. Anche se l’avversario dall’altra parte della rete è Novak Djokovic e quella che stai giocando è la finale di uno slam.
Insomma, è questa probabilmente la spiegazione più plausibile dietro la vittoria di Murray. Anche perché un giocatore dal rovescio devastante, dalla capacità di coprire il campo in maniera straordinaria, dalla prima eccellente, dalla seconda finalmente aggiustata, dal dritto non più ballerino, dal gioco a rete assolutamente all’altezza - se non superiore - degli avversari, dalla capacità di saper variare il gioco e adattarlo alle condizioni (vedi la semifinale con Berdych), dalla grande varietà di schemi tattici, dalla magnifica tenuta fisica, non si capiva ancora come avesse fatto a non vincere nemmeno uno slam.

