De Rossi ci prova, anzi, De Rossi provoca. Una Roma che ha giocato meglio sotto l'acqua che in tante altre partite, dice Capitan Futuro a fine partita, con lo sguardo arrabbiato, scurissimo. Come se il termine "giocare" avesse una valenza su un campo al limite dell'impraticabilità, trasformato in una palude dalla pioggia torrenziale abbattutasi su Verona. No, la Roma non ha giocato, non per suoi demeriti, ma perché in queste condizioni era impossibile farlo, e vede affogare le speranze di saltare sull'ultimissimo treno-Champions (anzi, più che ultimissimo, quasi stra-ritardatario...) nelle pozzanghere che punteggiano il manto erboso, ops, fangoso, del Bentegodi, inghiottendosi il pallone a ogni azione.
Un De Rossi scontento, che taglia corto sulle puntuali domande relative a Luis Enrique e che recrimina per i tanti punti scialacquati in campionato, punti che in questo momento servirebbero come il pane, visto che con tre vittorie consecutive la fiammella si sarebbe potuta anche tenere accesa, ma la classifica è questa, e piange. Il pareggio del Bentegodi non serve a nulla, se non ad aumentare il rancore. E la frustrazione, certo, per un destino che continua a girare le spalle, divertendosi quasi ad infierire nelle situazioni più disperate. "Que mala suerte" avrà pensato Luis Enrique dopo aver sentito i primi tuoni che, a un'ora dal fischio d'inizio della partita, annunciavano l'arrivo di un temporale, aggiungendo poi altre parole meno eleganti quando il temporale si è trasformato in un diluvio incontrollabile.
Della partita ci sarebbe molto da dire se dovessimo rimpolpare la sezione di pallanuoto, visto che di calcio se ne vede poco, anzi, pochissimo. E che bisogna aspettare quaranta minuti di lanci lunghi e fraseggi resi impossibili dalle pozzanghere frenanti prima di vedere i primi tiri in porta: un tentativo a giro di Bojan, l'unico squillo all'interno di un pomeriggio in cui affoga letteralmente nelle sabbie mobili, e una svirgolata di Hetemaj che, da buona posizione, non riesce a far altro che a sbucciare il pallone in bocca a Curci in uscita.

Luis Enrique, partito con l'inadatta fanteria leggera Bojan-Borini abbandonata da un Totti ectoplasmatico, prova a giocarsi la carta Tallo nell'intervallo, ma il secondo tempo non si discosta molto dal primo in termini di spettacolarità (zero). Il Chievo, a lungo frenato da un'attenta retroguardia giallorossa che manda spesso in fuorigioco Pellissier e Paloschi sui lanci lunghi, prova a mettere la testa fuori dal guscio alla mezzora con un paio di conclusioni dalla distanza di Hetemaj e Bradley, poi è proprio lo stesso Tallo a provare con il destro a giro mettendo di poco a lato. Le occasioni migliori arrivano negli ultimi minuti, assieme a una serie cospicua di ammonizioni, dettate sia dal nervosismo, sia dal campo che "aiuta" le scivolate: all'83' Perrotta sbuca dal nulla incornando a pochi centimetri dall'incrocio dei pali un cross dalla sinistra, e, in pieno recupero, è Pellissier a sparare sopra la traversa da posizione ghiottissima dopo un rimpallo in area romanista. L'ultimo tuffo, nel vero senso della parola, è quello del Chievo sotto la curva del Bentegodi: la squadra di Di Carlo non segna da 5 partite, ma continua comunque a muovere la classifica.