Marc Ma'quez come Lionel Messi. Almeno, a sentire il giovane centauro spagnolo della Moto 2.
"Giocavo bene a pallone e la squadra locale mi voleva".racconta il 19enne pilota spagnolo di Moto2 a Riders Italian Magazine, svelando che nella vita si è trovato a dover scegliere tra fare il calciatore o il pilota.
Tifoso del Barca, Marc, da piccolo era come l'asso argentino: non cresceva. Marc a nove anni era alto come il fratello, che ne aveva solo sei. I pediatri, però, avevano garantito: "Non sarà mai un gigante, ma crescerà. Abbiate solo pazienza".
Oggi, Messi e Márquez hanno esattamente la stessa altezza: un metro e 69. Non si sa se per Leo essere il bambino più basso della compagnia abbia contribuito a creare quello stile inimitabile che possiede. Quello che è certo invece è che per Marc è andata proprio così: "In 125cc ho messo per la prima volta il ginocchio a terra a 12 anni. Prima ero troppo piccolo per arrivarci. Tenevo sempre le gambe incollate al serbatoio. Al secondo anno del campionato spagnolo mi hanno imposto una zavorra di venti chili. Ero il pilota più leggero, ma la mia moto era la più pesante. Se non stavo attento, in curva mi portava fuori. Osservavo Pedrosa, in tv, e mi dicevo: bisogna fare come lui".
Se Pedrosa è la sua parte chiara, Rossi (per così dire) è il lato oscuro della forza: "Nella vita preferisco cavarmela a parole. L'ultima zuffa l'ho fatta a tredici anni. Con le moto è lo stesso. Ma nel corpo a corpo, se serve, sono un duro. E questo l'ho imparato da Valentino". Quindi, il sorpasso al cavatappi s'aveva da fare? "Certo. Il problema è che quelle sono manovre che riescono una volta su cento. E solo se sei Rossi".

