MIAMI HEAT-OKLAHOMA CITY THUNDER 121-106 (31-26, 59-49; 95-71)
AMERICAN AIRLINES ARENA - "Che cosa mi ha permesso di segnare tutti quei tiri? Beh, i raddoppi su LeBron...".
Intervistato da Doris Burke all'intervallo, Mike Miller trattiene a stento le risate, come per dire, beh, è talmente ovvio... perché se l'ex-Memphis dalla schiena in fiamme succede a Mario Chalmers nell'albo degli MVP insperati di Miami in questa serie, ha probabilmente soltanto una persona da ringraziare per il suo 7/8 dall'arco con cui ha infiammato e spaccato la partita a più riprese. LeBron James.
Ci sono voluti tre tentativi, ma l'anello, alla fine, è arrivato. E con LeBron protagonista, assoluto. Dopo aver letteralmente dominato gara-4, James si impossessa immediatamente anche della partita più importante della sua carriera: il parquet dell'American Airlines Arena è suo, in ogni punto. In difesa su Kevin Durant, a rimbalzo (dove ne raccoglie 11), ma, soprattutto, in post, dove, leggendo a meraviglia ogni situazione difensiva di raddoppio e aiuto, apre il campo facendo nuovamente contenti tutti i tiratori sul perimetro. Tredici gli assist per LeBron, qualcuno per Shane Battier, 11 punti con tre bombe, la maggior parte, però, per Mike Miller, un cadavere ambulante con la schiena a pezzi nelle prime quattro gare della serie trasformatosi in un micidiale cecchino ammazza-Thunder, quello per cui era stato acquistato in estate. Vero, ci ha messo un po' a giustificare la sua presenza, ma l'ha pur sempre fatto nella partita che contava più di tutte.
Se ai numeri scritti in precedenza aggiungiamo anche un 26, inteso come punti, otteniamo la tripla doppia con cui James può lucidare il suo primo anello. Ma, tabellini a parte, è la prestazione corale degli Heat a far spavento. Con un LeBron a sfruttare tutta la sua fisicità contro Sefolosha (l'ombra del gran difensore visto all'inizio della serie) e Harden, Miami gioca con spaziature offensive eccezionali che permettono di mettere in ritmo tutti: 10 punti per Chalmers, 20 di un ottimo Wade ma, soprattutto, 24 di un Chris Bosh che, dopo aver vestito a lungo i panni del gregarione difensivo, gioca una partita degna anche in attacco, sfruttando al massimo la sua duttilità per rendersi pericoloso sia in vernice sia sul perimetro (anche una bomba dall'angolo con festeggiamento folkloristico nel finale del terzo quarto).
I Thunder, con le spalle al muro, reggono (forse) per un quarto, salvo poi sbragare completamente in brani di anti-pallacanestro guidata, suo malgrado, da un Russell Westbrook ultra-deleterio: dopo l'exploit di due giorni fa, il play di OKC chiude con un orrido 4/20 dal campo, frutto di una lunghissima serie di pessime letture. E la capacità di leggere il gioco, di muovere la palla per aprire le difese, di giocare di squadra, fa tutta la differenza del mondo: mentre gli Heat girano come un orologio distribuendo tiri per tutti, OKC torna quella individualista e superficiale delle prime due partite (perse) contro San Antonio. Westbrook e Harden sbattono a ripetizione contro l'ombrello difensivo di Miami forzando penetrazioni dritto per dritto dal palleggio, mentre Durant, quando non si accontenta del tiro da fuori, tende a deragliare in maniera vistosa (32 punti ma anche 7 palle perse per KD, con quegli sfondamenti che arrivano nuovamente con allarmante continuità).
Brooks, ancora succube di Spoelstra, si adatta giocando leggero ma si ostina a preservare Durant mandando avversari fisicamente piccoli contro LeBron, che finiscono col soccombere nelle situazioni di post-up. E, a differenza delle fasi iniziali della serie, il quintetto piccolo non funziona più: Ibaka viene massacrato da Miller e Battier quando gioca da 4, e la serata super di Bosh lo getta nel totale sconforto, mentre Collison è soltanto un'ombra che passa e va, senza farsi notare. Di Perkins si perdono presto le tracce: alla prima scintilla il centrone ex-Boston si affossa nel suo nervosismo e finisce col commettere un fallo dietro l'altro.
Nervosismo, come quello che attanaglia OKC per lunghi tratti della partita: quando Miami tocca il +17 grazie a una scarica di bombe di Miller alla metà del secondo quarto, e quando gli Heat, dopo aver visto rosicchiato il grande margine a sole 5 lunghezze a inizio ripresa, riscappano via con due triple di Battier e Chalmers, pescati col mirino negli angoli da LeBron. Posti di fronte al baratro, i Thunder ci si buttano dentro con una lunga serie di attacchi insensati fatti di isolamenti forzati e di conclusioni sparacchiate dall'arco dopo un solo passaggio, roba che farebbe rabbrividire qualsiasi allenatore. Un flagrant-foul fischiato generosamente a Fisher su LeBron lanciato in contropiede dà il colpo di grazia, prima che un'altra tripla di Bosh e due in fila dell'inarrestabile Miller per aprire il quarto periodo inneschino un lunghissimo garbage-time. A proposito di triple, Miami chiuderà con un favoloso 14/26, pareggiando il record ogni epoca di bombe mandate a bersaglio in una partita delle Finals.
* * * * *
Miami: James 26, Battier 11, Bosh 24, Wade 20, Chalmers 10; Miller 23, Haslem 1, Cole 3, Harris 3, Turiaf 0, Howard 0, Jones 0. N.e.: Anthony. All.: Spoelstra.
Oklahoma City: Durant 32, Ibaka 9, Perkins 2, Sefolosha 0, Westbrook 19; Harden 19, Collison 2, Fisher 11, Cook 2, Aldirch 2, Hayward 2, Ivey 6. N.e.: Mohammed. All.: Brooks.

