Qualche settimana fa l'avevamo incontrato a Ostia in occasione dell'NBA 3X Tour e gli avevamo chiesto se si sentisse pronto per essere un big in un'altra squadra dopo il fallimento nelle scorse Finals: "No", ci aveva risposto in maniera estremamente corretta ed educata. "Voglio ancora crescere con questo gruppo e cercare di vincere un anello con i Thunder". Personaggio imperscrutabile sotto molti punti di vista - e non solo per il barbone che gli copre buona metà del volto - James Harden, evidentemente, bluffava.
Dopo aver blindato a lungo termine Russell Westbrook, Kevin Durant e Serge Ibaka, i Thunder non sono riusciti a trovare un accordo anche con il miglior sesto uomo della passata stagione: 55.5 milioni di dollari in quattro anni è stata l'offerta di OKC, 4.5 milioni in meno di quella messa sul piatto dai Rockets che, avendo una flessibilità salariale maggiore, hanno potuto proporre il massimo previsto dalle nuove norme del salary-cap. Quattro milioni e mezzo, certo, non molto se calcolato nell'ottica del lungo periodo (1.1 a stagione) e per un giocatore di soli 23 anni, ma che, evidentemente, hanno fatto la differenza. Così come il desiderio di essere un leader vero al di fuori di un pollaio che annovera già galli molto più grossi e imbattibili come Durant e Westbrook.
I NUOVI ROCKETS - La ricostruenda Houston, ancora in cerca di identità dopo la dissoluzione della connection che non ha mai particolarmente "cliccato" tra Yao Ming e Tracy McGrady, si ritrova così ad avere un volto completamente rinnovato rispetto alla scorsa annata, anche senza quel Dwight Howard che sembrava poter conquistare in estate. James Harden andrà a costituire un back-court decisamente frizzante in compagnia di Jeremy Lin, arrivato dai Knicks col contratto della vita, in ala piccola si potranno alternare Carlos Delfino e Chandler Parsons, mentre sotto canestro spazio ai muscolacci di Patrick Patterson e ai centimetri di Omer Asik, con l'ex-trevigiano Donatas Motiejunas primo cambio. Una Houston giovane, con ampi margini di crescita, ma obiettivamente ancora piuttosto corta in termini di profondità e talento e nemmeno particolarmente esperta con un Harden chiamato a essere leader, sì, ma non del secondo quintetto di una squadra molto forte, bensì di una franchigia che si affida a lui con tutto il cuore. Assieme a lui sbarcano in Texas anche il centrone bianco Cole Aldrich, mai in grado di trovarsi - e meritarsi - un posto in rotazione a OKC, il tiratore Daequan Cook e il glue-guy Lazar Hayward, gente che difficilmente sposta gli equilibri anche nel garbage-time.
I NUOVI THUNDER - Gli equilibri di Oklahoma City, invece, cambiano in misura minore e meno drammatica: il quintetto base resta lo stesso, con Kevin Martin - oh, intendiamoci, mica uno scarso eh? - a uscire dalla panca come sesto uomo di lusso proprio come faceva James Harden. Molto meno playmaker e costruttore di gioco - anzi, per nulla - del Barba ma probabilmente "attaccante puro" più completo (nel senso di ampiezza del bagaglio tecnico di soluzioni offensive), andrà a far coppia con il rientrante Eric Maynor in un back-court di riserva veloce, rapido, con tanti punti nelle mani, ma forse fisicamente e difensivamente un po' troppo leggerino e, obiettivamente, tendente agli infortuni in maniera un po' preoccupante. Assieme a Martin, sbarca in Oklahoma anche Jeremy Lamb, 12esima scelta del draft, prodotto di Connecticut, potenzialmente un buon realizzatore paragonabile al giovane Rip Hamilton. Il primo test sarà comunque molto interessante: opening-night a San Antonio nella notte del primo novembre.

