Alla fine hanno vinto l’ATP, i tennisti e, soprattutto, la fortissima pressione intorno a quello che nello sport, ormai da tempo, è il sine qua non per esistere: il dio denaro. Non c’è un atto di generosità improvvisa laggiù nella federazione tennistica del Down-Under, non una questione di nuovi sponsor o nemmeno la celebrazione di un evento in particolare. Dietro il sostanziale aumento di premi per i tennisti dalla prossima edizione degli Australian Open deciso dal presidente della federazione australiana Steve Wood, si cela infatti una lotta di potere culminata nel “mandatory meeting invitation” (un meeting con presenza obbligatoria) fatto spedire dall’ATP ai tennisti presenti agli ultimi US Open prima, e dal nuovo montepremi stanziato oggi.
LA MINACCIA - Il primo major dell’anno, infatti, era pesantemente minacciato da affaristi, giochi di potere e nuovi ricchi che da tempo facevano pressioni sull’ATP per soppiantare quello che di fatto, per una grande varietà di ragioni, è lo slam più debole del calendario. Una destituzione a favore di chi? Ma del ricchissimo medio oriente, naturalmente. Avvisaglie dal punto di vista economico se ne erano già viste - l’ATP 500 di Doha ad esempio, cui nessuno rinuncia a giocare visto il portafogli -, ma soprattutto la creazione potenziale di uno “Slam arabo” (si è vociferato a lungo Dubai) e una serie di eventi satellite che soppiantasse in blocco gli appuntamenti di inizio stagione in Oceania.
LA MINACCIA, PARTE SECONDA - A mettere a rischio l’Australian Open però non sono state soltanto questa serie di dinamiche “esterne”, se così le possiamo definire, ma anche lo stesso mal contento dei giocatori. Calmati solo in parte dall’origine ben poco guerrafondaia del presidente del Player Council Roger Federer, i giocatori “minori” erano da tempo sul piede di guerra con la dirigenza di Melborune e non solo. Il motivo? Economico, naturalmente. L’Australian Open (ma in generale tutti i tornei dello slam) era finito nel mirino di questi tennisti dal decimo al centesimo posto in classifica che da tempo non ritenevano di guadagnare abbastanza con i major. I tornei dello Slam, infatti, distribuiscono con i loro montepremi una percentuale variabile che per questi giocatori va dal 20 al 25% del loro montepremi annuale, e la fetta riservata agli sconfitti dei primi turni era considerata da questi troppo bassa.
DENARO - Minacce di forfait, pressioni provenienti da altrove, ed ecco che l’Australia è voluta intervenire. Posta infatti nella situazione delicata di essere di fatto lo slam più vulnerabile – Londra e Parigi inattaccabili per via della superficie, New York per via del peso economico – Melbourne ha optato per quell’innalzamento del montepremi del 15% (nel 2013 sarà 30 milioni di dollari australiani), che sarà guarda caso destinato proprio all’aumento degli assegni per i tennisti che abbandoneranno il torneo al primo (soprattutto) e secondo turno.
TUTTO FINITO? - L’Australian Open risponde così con i soldi alla “minaccia” araba e alle polemiche, cedendo prima di tutti al malcontento dei giocatori e diventando così il torneo più ricco del circuito. Basterà? L’investimento in infrastrutture al Melbourne Park suggerisce di sì (dal 2015 anche la Margaret Court Arena sarà dotata di un tetto scorrevole), ma se gli sceicchi si inventassero una terra più rossa di quella di Parigi?...

